Penso di aver letto praticamente tutti i romanzi di Simenon, che adoro, ma nessuno di quelli con protagonista il Commissario Maigret. E’ una cosa strana, mi rendo conto. Forse dipende dal fatto che non amo particolarmente le storie basate sul cosiddetto “whodunit”, le detection volte alla scoperta finale del colpevole di un delitto. Le trovo quasi sempre meccaniche, artificiose, non di rado noiose. Ma soprattutto ritengo di aver chiuso la “Pratica Maigret” una volta per tutte da ragazzo, quando nei dorati anni Sessanta non mi sono perso una sola puntata delle trentacinque del mitico sceneggiato “Le inchieste del Commissario Maigret” mandate in onda dalla RAI con la regia di Mario Landi e con un cast pazzesco: Gino Cervi, Andreina Pagnani, Mario Maranzana, Gianni Musy, Oreste Lionello, Franco Volpi… Scusate se è poco. E con la stupenda sigla finale cantata da Luigi Tenco. Del resto, lo stesso Simenon ebbe a dichiarare più volte che il miglior Maigret che avesse mai visto era proprio il nostro bolognesissimo Gino Cervi. Lo preferiva addirittura a Jean Gabin che lo interpretò tre volte sul grande schermo (altri Maigret cinematografici: Michel Simon, Richard Harris (!), Gérard Depardieu e via dicendo). Chissà se al romanziere belga sarebbe piaciuto questo Denis Podalydès che lo impersona nel film diretto dall’ex critico dei Cahiers du Cinéma Pascal Bonitzer e tratto da “Maigret e i vecchioni” del 1960. Bonitzer traspone la vicenda (in breve: viene ammazzato un ex ambasciatore ed ex amante platonico di una principessa e bisogna scoprire chi è stato) al giorno d’oggi, anche se non vengono mai mostrati gli smartphone. Una scelta che tende a rendere classica, senza tempo, l’ambientazione, anche se ovviamente la si rende contemporanea per attrarre lo spettatore medio.

Il Maigret di Podalydès e Bonitzer arriva sulla scena del crimine con aria annoiata, vede il cadavere riverso a terra e riempito di buchi di pallottole e rimane altrettanto annoiato. La domanda da porsi è: rimane altrettanto annoiato anche il famoso spettatore medio? In realtà, il film non è noioso (forse anche per la breve durata), nonostante sia un thriller poliziesco senza un solo colpo di pistola, senza in pratica nessuna azione, suspense o pericolo. Per tutta la sua (breve) durata, soltanto indagini, indizi, sospetti, sospettati, e soprattutto lunghissimi, interminabili interrogatori. Di certo, quello di Bonitzer è uno dei film più parlati dell’intera storia del cinema. Dunque, per non annoiarsi, lo spettatore deve lasciarsi andare al gusto della parola, che è elegante come tutto il film, lasciarsi sedurre da una messa in scena sobria, elegante, misurata. Soprattutto, deve lasciarsi coinvolgere dal ritratto (non nuovo, per carità!) di quel microcosmo parigino borghese e conservatore, qui con sfumature patrizie e nobiliari, privilegiato e senza tempo, che tanto piace ai registi transalpini che lo raffigurano appena possono. E bisogna dire che i romanzi di Simenon si offrono come insuperabili testi su cui esercitare questa propensione. Un mondo morente, ma che proprio per questo può ancora incuriosire. Certamente, comunque, preferiamo l’ironia, la flemma e al limite l’aria annoiata del Maigret di Podalydès a quello eccessivo, corpulento di Depardieu nel film di Patrice Leconte del 2022. Ma permetteteci, assieme a Simenon, di mettere ancora davanti a tutti quello di sessant’anni fa di Gino Cervi. Che sapeva fumare la pipa come nessuno.

Stills: Maigret, l'amore e la morte (2026) © 2026 Lucky Red All Rights Reserved
Il commissario Maigret indaga sull'assassinio di un ex ambasciatore sul Quai d'Orsay e sulla sua relazione con un'avventura decennale con una principessa che è finita.
Locandina: Maigret, l'amore e la morte (2026) © 2026 Lucky Red All Rights Reserved