«L’alta montagna è il luogo del silenzio antropico, della semplicità, della rilettura di sé», ha scritto Matteo Righetto a proposito della web serie L’anno dei sette inverni (2021), nata dall’isolamento prodotto dalla pandemia e realizzata in collaborazione con il regista Marco Zuin; un luogo nel quale riuscire a «cogliere e apprezzare il valore della relazione ancestrale tra i nostri piccoli gesti e gli elementi naturali, come l’accensione di un fuoco, lo sfioramento di un larice, l’ascolto del vento e la contemplazione della neve che scende dal cielo». Gli stessi autori (il film è di Matteo Righetto con la regia – e il montaggio - di Marco Zuin, a partire da un soggetto di Righetto e da una sceneggiatura elaborata insieme) hanno adesso prodotto Per silenzio e vento, passato al Trento Film Festival, opera potente e delicata che sviluppa il concetto sopra esposto non in modo intellettuale, ma semplicemente e profondamente; facendo cogliere pienamente allo spettatore la sacralità dell’ambiente montano, con le sue rocce, i suoi alberi, i suoi animali ma soprattutto i suoi ritmi lenti, nell’alternarsi perenne delle stagioni. Un ambiente in cui ciò che è superfluo viene a cadere e l’uomo si ritrova solo, nella sua nudità esistenziale, ricco però dello spirito della vita, intesa nel senso più alto del termine. La montagna diventa quindi spazio etico, e luogo consapevolezza e condivisione. Consapevolezza, anche, del fatto che c’è qualcosa di più grande di noi, che va rispettato e accolto senza per forza volerlo controllare; “respirando lo spirito che vive in ogni luogo”, come afferma Righetto in un passaggio dell’opera.

Per silenzio e vento, ispirato al testo dell’autore Il richiamo della montagna, lo segue infatti nelle sue passeggiate montane, solo, con le figlie, con la moglie, con il cane, ma anche nella solitudine della baita in cui scrive, in armonia con l’ambiente che lo circonda. Le sue peregrinazioni comprendono presentazioni del libro sopra citato, durante le quali si confronta con i moderatori sui temi della montagna e dell’alpinismo, partecipazione a concerti (bellissimo quello all’alba per Suoni delle Dolomiti, con le mucche che scorrazzano tra i presenti e Wei, Baskind e Contet agli strumenti) e letture all’aperto, incontri casuali come quello con Erri De Luca e visite a luoghi istituzionali come il Museo Nazionale della Montagna del CAI di Torino, in cui scopre per noi l’archivio dedicato a Walter Bonatti, figura storica dell’alpinismo classico (laddove per alpinismo, da dizionario trovato in loco, si intende amore per la montagna sia sul piano teorico – cognizioni – che su quello esperienziale – passeggiate), che ha affermato che la montagna mette a dura prova tutto della persona che vi si avventura, fisico, principi e sentimenti. C’è una sequenza in un’aula scolastica, parlando di Petrarca e della sua “ascesa”; c’è l’incontro con una giovane arrampicatrice famosa, Wafaa Amer, che dice di aver capito a poco a poco come fare della montagna un’esperienza più intima e non solo una maniera di provare la propria potenza, superando il proprio limite; c’è la visita a una pastora (la sorella di Tamara Lunger) e a un allevatore e agricoltore. Ma soprattutto c’è l’incontro con Reinhold Messner nella sua casa, visitabile, sul monte Elmo; che riflette sui cambiamenti dell’alpinismo e sulla presenza della morte, in esso: «Andamo dove la morte è una possibilità, e lo sappiamo, per non morire».
Ma quest’opera non è un documentario, non nel senso stretto del termine: la regia di Marco Zuin crea una vera e propria sinfonia di immagini che vanno a fondersi armonicamente con le parole del Righetto personaggio e che aprono all’infinito degli spazi montani, filmati in orizzontale, ad altezza – uomo o meglio all’altezza dello sguardo umano (niente riprese con i droni, per esempio, ma piuttosto panoramiche ampie e distese), per rendere il ritmo del passo e del respiro, lavorando, per sottrazione, sulla profondità di campo e sul rapporto tra fuoco e fuori fuoco, in relazione al rapporto tra uomo e paesaggio. La figura umana, la parola, la presenza di chi narra o di chi cammina è infatti spesso al centro della scena; la scelta di Zuin e del direttore della fotografia Matteo Bruseghini è stata quella di non assecondare questa centralità lasciando spesso il soggetto fuori fuoco, per suggerire che la presenza umana è temporanea mentre la roccia, la luce e la vastità non sono uno sfondo, sono il vero soggetto della ripresa.

«Se le piattaforme digitali già offrono un catalogo infinito di visioni iperrealiste e spettacolari, riproporre la stessa estetica dell'efficacia visiva sarebbe stato uno sforzo inutile. Il cinema ha il dovere di posizionarsi altrove, offrendo un’alternativa fatta di attesa e rispetto, dove l'immagine non è consumo, ma contemplazione», ha dichiarato Marco Zuin. E questo ci sembra il giusto suggello di questo contributo.
Stills: Per silenzio e vento (2026) © 2026 Wanted CinemaAll Rights Reserved
Siamo ancora capaci di porci in ascolto della voce della montagna? Attraverso lo sguardo di Matteo Righetto, il film supera il concetto di alpinismo come mera conquista, per riscoprire il valore dell'alpe come corpo vivo e civile.
Locandina: Per silenzio e vento (2026) © 2026 Wanted CinemaAll Rights Reserved