A pochi giorni dalla morte di Patricio Guzmán, il regista cileno che con la trilogia composta da Nostalgia della luce (2010), La memoria dell'acqua (2015) e La cordigliera dei sogni (2019), oltre che con l’opera precedente, ha documentato poeticamente la storia del Cile nel periodo della dittatura di Pinochet, esce nelle sale, dopo essere passato, in concorso, per la Biennale Cinema 2026, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Non siamo in Cile, ovviamente, e il regista, lo vedremo tra un momento, ha alle spalle una storia particolare, che ha portato nei suoi film; ma al di là del fatto che Bechis è nato in Cile da madre cilena e padre italiano, anche se ha vissuto tra Brasile e Argentina e, poi, tra Italia, Francia e Stati Uniti, le dittature cilena e argentina hanno tristemente molti tratti in comune, anche se, lo fa notare l’autore stesso, mentre in Cile gli stadi pieni di prigionieri politici hanno destato qualche scalpore, in Argentina le cose sono state più “discrete”, dal momento che le autorità hanno creato trecento piccoli centri di detenzione clandestini nella capitale, che quindi, vista dall’esterno, sembrava vivere nella normalità. Uno di questi centri è il garage Olimpo (El Olimpo), ora luogo della memoria (come si vede nella pellicola), che torna dal film omonimo del 1999.

La nostra opera si pone, infatti, come una sorta di continuazione di Garage Olimpo: in quel film la protagonista, che aveva sperimentato, nel carcere del titolo, una situazione analoga a quella che il protagonista di Ritorno a Buenos Aires ha vissuto con uno dei suoi aguzzini, viene alfine messa su un “aereo della morte” mentre Mariano Guerra, il protagonista del nuovo film, dopo aver passato più di due anni in quello stesso luogo ed esserne uscito provando a rifarsi una vita, in Italia, come medico, decide, dopo molte esitazioni, di tornare in Argentina per testimoniare in uno dei processi che, dal 1985, si sono fatti (e ancora si fanno) contro i militari, e quindi i torturatori dei centri clandestini di detenzione, del regime di Videla. Situazione in parte autobiografica, come si evince dal memoir La solitudine del sovversivo, uscito presso Guanda nel 2021: Marco Bechis è stato arrestato nel 1977 e, dopo un breve periodo di detenzione, grazie al passaporto italiano è stato espulso dall’Argentina e si è rifugiato nel nostro paese. Sugli stessi temi ha realizzato il documentario Il rumore della memoria (2015), che mette a confronto il nazifascismo e la dittatura argentina attraverso la storia di Vera Vigevani Jarach, un’ebrea italiana rifugiatasi in Sudamerica nel 1939, e di sua figlia che, drammaticamente, finì vittima del regime di Videla e “scomparve”, tanto che Vera divenne una delle “madri di Plaza de Mayo”; e il film di finzione Figli/Hijos (2001), che racconta dei bambini che, nati durante gli anni della dittatura da donne, perlopiù ragazze, che si trovavano recluse nei centri di detenzione clandestini, furono sottratti loro con la forza quand’erano ancora neonati per essere dati “in adozione” alle famiglie dei militari, dei pezzi grossi della politica e della finanza o di “amici” del regime.
Il motivo di interesse di questo nuovo film di Marco Bechis sta innanzitutto nella sua trama: il protagonista è un sopravvissuto alla detenzione che è riuscito, lo si diceva, a rifarsi una vita ma che è, come si desume dalla parte inziale, ambientata a Torino, fondamentalmente solo, solo con il suo cane; capiremo ben presto che non riesce a liberarsi, com’è successo a molti dei sopravvissuti a situazioni tragiche come quella (si pensi solo a Primo Levi, che è poi morto suicida), dalla “sindrome del sopravvissuto”, cioè da un senso di colpa cronico derivante dal fatto di interrogarsi sul perché si sia sopravvissuti, e sul significato che questo può avere: come posso meritarmi di vivere, mostrare di essere degno del fatto che la vita ha risparmiato proprio me?

Poi c’è il tema della testimonianza: non è facile tornare a Buenos Aires, con il carico di ricordi dolorosi che la città custodisce, e recarsi a testimoniare contro i propri aguzzini (i processi erano cominciati nel 1985, come si vede in Argentina, 1985 di Santiago Mitre, poi si erano interrotti a causa delle “leggi di impunità” dell’86-87 che a inizio millennio sono state annullate, e sono ripresi nel 2005); il protagonista ci torna infatti nel 2008, su esplicita e insistita richiesta del Ministero della Giustizia, che ospita in un palazzo spoglio, che sa di Kafka come di un carcere a sua volta o di un ospedale psichiatrico, coloro i quali, tra i testimoni, vengono da lontano.
E infine il ruolo che Mariano Guerra ha avuto, in quel centro di detenzione: ci è stato parecchio tempo, scampando alla morte, dopo le torture e le informazioni estorte, perché si è creato tra lui e uno dei suoi aguzzini un rapporto particolare, per cui l’uomo lo considerava un “cane fedele” e abusava di lui, come del resto facevano gli altri, tenendolo sotto la propria ala protettrice, per non perderlo. Cosa che può portarlo ad essere accusato di connivenza, se non di collaborazionismo, con il regime, passando così, nel processo, da vittima ad imputato. Un rapporto analogo a quello descritto, come si diceva, in Garage Olimpo (e in film di tutt’altro tono e umore ed intenzione, quali Il portiere di notte di Liliana Cavani).
Lo stile rispecchia i contenuti e i temi dell’opera che risulta magnificamente sobria ed essenziale, misurata nell’evocare una situazione di quella portata e nel denunciarla senza morbosità né retorica, lavorando sui dettagli, sui silenzi, sullo scavo dei volti (del protagonista come degli altri testimoni del suo gruppo, ma anche della figlia della compagna del tempo, che lui ha contribuito a far arrestare), sugli spazi (chiusi, claustrofobici anche quando, raramente, si tratta di esterni), sui tempi dilatati dell’attesa e sui toni di una fotografia (di Fabrizio La Palombara) cupa e controllatissima, come cupo e disperato è il mondo interiore del protagonista. Anche i flashback che intervallano la narrazione principale sono lucidi e tesi, in linea con lo spirito dell’opera. Adriano Giannini infine, in un’interpretazione sublime, assume su di sé tutto il dolore e il senso di colpa e di vergogna e la difficoltà del protagonista, ma anche la sua capacità, alla fine, di reagire agli eventi, facendo catturare il suo aguzzino, che era ancora a piede libero, e di abbandonarsi al sentimento nuovo che, forse, sta nascendo nei confronti di una donna che ha una storia analoga alla sua.
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Mariano Guerra torna in Argentina dopo 33 anni trascorsi in Italia per testimoniare al processo contro gli ex ufficiali militari che lo avevano rapito e torturato durante la dittatura militare.
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