L’aggettivo “estemporaneo” è particolarmente appropriato per The Bibi File, che con Naza, ha superato sul fronte in tutti i sensi documentaristico la capacità discorsiva del cinema cosiddetto di immaginazione senza immagini. La concomitanza con l’uscita di Naza genera un sistema di vasi comunicanti che aggiunge valore e spessore all’autonomia di The Bibi Files, che invece è del 2024: approdando ad esempio in Italia sul grande schermo con due anni di ritardo, ha guadagnato estemporaneità, donde la più marcata connotazione contemporanea, anche in vista dell’imminente tornata elettorale in Israele.
Naza e The Bibi Files sono opere molto diverse, ma attualmente contigue: si concentrano, quello di da Yuval Abraham e Rachel Szor dal 2023 ad oggi sulla distruzione sistematica dell’intelligence segreta, quindi di quell’altra sempre eterodiretta e mai di fatto generativa “intelligenza artificiale”; mentre l’altro di Alexis Bloom in chiave genealogica ricostruisce l’intera biografia politica di Benjamin Netanyauh fino al 2024. La concomitanza determinata dalle circostanze terribili aumenta le analogie, a partire dall’impiego degli acronimi/diminutivi: in Naza come forma corrente di linguaggio, all’occorrenza perciò di copertura e cancellazione del fattore umano; in The Bibi File come accorciamento confidenziale non meno sconcertante di un’eminenza politica al momento sotto inchiesta, e chissà perché al centro dell’escalation bellica esponenziale innescata dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 su cui gravano pesanti inadempienze sul piano della prevenzione.
Li accomuna la forma documentaria, pur nella divergenza di impostazione; e il risultare uno, precedente in termini produttivi, l’antecedente storico e geopolitico dell’altro. Ma Naza mimetizza nel buio della cornice urbana notturna e interiore (nell’accezione anche di “interior”, per indicare gli spazi interni) di Tel Aviv quei testimoni impossibilitati a rendersi riconoscibili mentre raccontano, i quali spiegano l’inenarrabile. E così facendo rende tragicamente reali e sistematiche le distopie della (quasi) fantascienza di Good Kill (2014) di Andrew Niccol e la fantascienza tout court, allora pregressa del romanzo di Orson Scott Card del 1985, quindi del film del 2013 di Gavin Hood Ender’s Game, e nel mezzo di Toys – Giocattoli (1992) di Barry Levinson. Viceversa The Bibi Files recupera materiale inedito e ricompone un puntuale ritratto di lungo corso affidato a testimoni decisamente a viso scoperto, inquadrati al centro di impressionanti inquadrature strutturate con simmetrica volontà di dimostrare l’impianto accusatorio senza timore di ritorsioni.

Assieme i film costituiscono una squadra unica nel panorama cinematografico contemporaneo, dove tiene banco la responsabilità dell’audiovisivo e non lo relega ad ancella di quelli che Noam Chomsky chiamava “modelli di propaganda”. Tornando a parlare e a far parlare mettono insomma in guardia, ciascuno a suo modo, il pubblico senziente non soltanto sul presente ma sul futuro a tempo indeterminato: a Naza è demandato il compito di mostrare come le guerre saranno portate avanti dai leader sovranisti in modalità “smart working”, onde evitare contraccolpi di coscienza negli esecutori finali degli ordini, perfezionando nella deresponsabilizzazione collettiva la tecnica dello sterminio indifferenziato di persone, civili e militari, che la guerra, ogni guerra, ancora insiste a mascherare con falsi criteri distintivi. E a The Bibi Files spetta ripercorrere la costruzione a tavolino di un percorso politico, avallando le istanze personali e psichiche individuali nel sacrificare poi statisticamente intere popolazioni, con o senza la specifica lessicale di “genocidio”.
Chiunque studi o dica di fare cinema ha molto da imparare sul potenziale critico dell’esistente ancora nella disponibilità del mezzo audiovisivo, anziché rincorrere le statuette dorate statunitensi. L’esercizio intellettuale, artistico e civile, con un po’ di auto-critica gioverebbe, impone in The Bibi Files di prestare un minimo di attenzione al ruolo giocato da Arnon Milchan in veste forse non così disinteressata di maggiore sostenitore da sempre del primo ministro israeliano in carica, e ai tempi in cui sempre Milchan svolgeva attività di intermediario non occulto, in seguito per giunta orgoglioso delle sue gesta da James Bond tra Stati Uniti e Israele; tutto prima di diventare il celebre produttore di film con cui ha dato comunque lustro alla storia del cinema dell’ultimo mezzo secolo, da Sergio Leone e Martin Scorsese, da Michael Mann e David Fincher, Greta Gerwig e Alejandro González Iñárritu.
La storia, compresa quella del cinema, in pratica dovrebbe essere cosa seria. Non foss’altro perché, dopo Naza, diventa difficile restarsene tra le pareti domestiche, o della sala cinematografica, quale potenziale bersaglio di droni (costruiti e diffusi chiaramente non solo per fare riprese di film senza stile, verticali, dall’alto); e dirsi al sicuro in nessun luogo planetario, stante il test “tecnico” sulla popolazione non necessariamente irregimentata nelle fila di Hamas, finanziate persino dall’edipico Netanyauh, nonché la meno rappresentata e difesa al mondo. Né, dopo The Bibi Files, guardarsi con cognizione di causa in casa e scoprire nei propri confini nazionali derive populiste, ultraconservatrici e suprematiste, organi di stampa consenzienti, venti di guerra e investimenti per la difesa/offesa, nella triste deriva di immagini in movimento, contestuali logiche produttive e trame da “Cinevillaggio” ora globale.
Uno sguardo dall'interno sulle accuse di corruzione contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu attraverso i video degli interrogatori della polizia trapelati.
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