Olivia Wilde

The Invite – Il piacere è tutto nostro

film review top image

Se, secondo un noto aforisma chapliniano, la tragedia è un primo piano e la commedia un campo lungo, la vita matrimoniale aspira al campo medio, con la polarizzazione emotiva nel quotidiano che eleva proprio la medietà a teatro di paritarie vertenze inconciliabili: priva di un dirimente verdetto, si configura una terra di nessuno di malinconia incolore e ovattato (e talvolta gridato) disincanto, dove ognuno ha le sue ragioni, per dirla con La regola del gioco. Dunque, l’amore come scansione inconscia e simbolica di spazi, oltre la questione (erosiva) di timing che tanto cinema ha esplorato, una lezione che The Invite di Olivia Wilde, in una tintura agrodolce, interiorizza nella planimetria di un appartamento famigliare appena ristrutturato e perciò tutto da esplorare in piani estesi, integrando la coppia in un caleidoscopico ma mimetico design (più strettamente filmico che scenografico), snodato in stipiti e confini, cornici e tabù, specchi e reticenze. 

Una baruffa grottesca più che un gioco al massacro, che da bilaterale diventa un quadrilatero quando Angela (Wilde) e Joe (Seth Rogen) invitano a cena i focosi vicini, la sessuologa Piña (Penélope Cruz) e l’ex vigile del fuoco Hawk (Edward Norton), ovvero quando la middle class imborghesita e frustrata dei padroni di casa (lui musicista fallito e insegnante, lei estrosa casalinga) tenta di carpire il fascino indiscreto dell’unico baluardo dell’antipuritanesimo americano, quello della poligamia sessuale, che gli ospiti praticano sistematicamente. Come da cinema referenziale della regista, ondivago tra il tonificante esordio La rivincita delle sfigate (2019, più propriamente Booksmart) e l’ambiziosa confusione (anche di casting) di Don’t Worry Darling (2022), vige in questa psicocommedia da camera il magistero di Woody Allen, Roman Polański (Carnage), Mike Nichols, ma con un fulgido primo atto che soppianta ogni accademismo, si incastona per nitore (frenetico) di stile, infine si appropria dell’umorismo acre come lingua del sommerso e del rimosso. 

Modesta la psicologia di caratteri, ordinarie le questioni di cuore e di letto, lastricata la composizione ambientale (ma con un sapiente focus sul volto umano), filtrata la sceneggiatura come remake dello spagnolo Sentimental (2020) di Cesc Gay: eppure The Invite elude le proprietà atonali di film medio, svelandosi anzi come opera bifronte, inopinatamente sbilanciata, curiosamente bifasica, dove la seconda parte del racconto, girato quasi tutto classicamente in un’unità di luogo e azione, decade in una schermaglia di slapstick freudiano mai davvero epifanica né dolorosamente farsesca, capitanata dalla Cruz (la più disastrosa terapeuta dai tempi di Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh). Qui, con nuovi rapporti di forza attrattiva nel quartetto, si ritorce quella partitura di tensione (anche acustica) che nel corso della prima metà del dittico era stata lenta combustione delle convenzioni e dei mascheramenti, quando la sessualità, tanto verbalizzata da essere prolissa, si fa più esibizione che deflagrazione e, così impressa sugli attori e sui dialoghi, fa disperdere il mistero (della reciprocità) – come già insegnava Hitchcock. 

Di The Invite, dunque, accreditata la svagatezza delle trasgressioni, resta, come film nel film, il lungo intro alla cena, antico topos letterario-sociale qui votato al dissolvimento buñueliano, in cui le nevrosi, le prestazioni conviviali, la sarabanda dei sessi, il valzer delle soccombenze (tra ansiolitici, enocultura, filosofia alimentare, retromania) incidono l’anticonformismo materico dei fantasmi del desiderio e l’irriducibilità interiore, nella ritrosia di una tenerezza avvolta dai cromatismi smussati della pellicola in 35 mm, dall’incompatibilità prodigiosa di due interpreti svettanti, tra il naturalismo massimalista di Rogen e il contenimento liminale dell’istrionica Wilde. Così, nella disamina della coppia contemporanea, il vero invito del film è l’ascolto del visibile, della prossimità tangibile, contro la banalizzazione dello sguardo (il voyeurismo alla finestra, il manierismo del décor); un rigore morale riscattato nella catarsi finale di una com-passione ritrovata, forse troppo agevole ma innegabilmente a firma registica, in cui udir sussurrare: “Don’t Worry Darling”.

Stills: The Invite – Il piacere è tutto nostro (2026) © 2026 I Wonder Pictures All Rights Reserved

The Invite - Il Piacere è tutto nostro
Stati Uniti, 2026, 107'
Titolo originale:
The Invite
Regia:
Olivia Wilde
Sceneggiatura:
Cesc Gay, Will McCormack, Rashida Jones
Fotografia:
Adam Newport-Berra
Montaggio:
Anthony Boys, Yorgos Mavropsaridis
Musica:
Devonté Hynes
Cast:
Seth Rogen, Olivia Wilde, Penélope Cruz, Edward Norton
Produzione:
Annapurna Pictures, FilmNation Entertainment, Permut Presentations
Distribuzione:
I Wonder Pictures

La routine della coppia sposata Joe e Angela viene sconvolta quando sospettano che i vicini Kayla e Shane ospitino orge dopo un'innocente invito a cocktail.

Locandina: The Invite – Il piacere è tutto nostro (2026) © 2026 I Wonder Pictures All Rights Reserved

poster


TRAILER