Ali Asgari

Un po' di luce

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Un po’ di luce, l’ultimo film di Ali Asgari, presentato in concorso a Venezia 83, trasuda verità e umanità da tutti i pori. Che è una cosa che si dice solitamente per i film realistici, che indagano personaggi e sentimenti a tutto tondo, nell’ambito di un contesto ben definito e magari storicamente pregnante. Qui il contesto pregnante c’è, l’Iran di oggi con gli imminenti (nel film) bombardamenti americani, quindi con una guerra in corso e, ancor prima, con un regime teocratico e dittatoriale impegnato nella repressione violenta di ogni forma di dissenso, tanto che il regista ha raccontato che, con la troupe, ha dovuto recarsi in Turchia per terminare l’opera, dopo i primi ciak, perché in patria non avrebbe potuto farlo. Come del resto mostra il suo film precedente, Divine Comedy, che narra proprio di un regista indipendente che, a opera ultimata, non trova una sala che gliela proietti, perché non ha ottenuto il visto del governo (mentre il suo film ancora precedente, Kafka a Teheran, faceva riferimento sempre alla censura, ma questa volta sui libri; e toccava anche il nodo della questione femminile, in quel paese, come i primi due lungometraggi dell’autore).  

Si diceva che, nonostante il contesto molto reale in cui il film è ambientato, la sua cifra non è realistica: è simbolica, metafisica, esistenziale. E pur essendo l’opera asciutta e semplice, potremmo dire essenziale, e onesta, per utilizzare un termine che piace al regista, quello che emerge, oltre alla situazione attuale del paese, è appunto il cuore, l’umanità dei personaggi, e la loro tenuta morale perché, pur incastrati in un certo tipo di contesto, riescono  a resistere e, in qualche modo (chi con lo yoga e la meditazione, chi frequentando gli spettacoli alternativi tenuti rigorosamente in luoghi segreti, chi con la cura della casa e la preparazione del cibo), a far fronte alla situazione. 

La storia, che si dipana nell’arco di una giornata, inizia in medias res: il protagonista ha appena detto al fratello che intende togliersi la vita e nel corso del film lo dirà anche alle due sorelle e vorrebbe dirlo alla madre, lasciando loro le cose che non gli serviranno più, animali e piante in primis (che sono anche elementi molto teatrali di quest’opera girata quasi interamente in interni o nell’abitacolo di un’auto, con le piante verdi e rigogliose che, in questo caso, escono dai finestrini). Il fratello piange disperato, le sorelle hanno reazioni diverse, nessuno capisce perché lui voglia parlare anche alla madre. Scopriamo strada facendo (anche in senso letterale) che è un medico al quale hanno chiuso lo studio, radiandolo dalla professione dopo averlo arrestato, perché curava i ragazzi che rimanevano feriti durante le manifestazioni di protesta contro il regime; e che è disgustato dalla situazione del proprio paese, nel quale non ha più intenzione di stare (l’opera teatrale clandestina che vediamo, a cui il protagonista assiste con le sorelle perché l’attore principale è un suo nipote, ha, tra l’altro, come oggetto la partenza di un ragazzo verso un ignoto paese più libero). I destini individuali sono dunque, sembra dirci Asgari, strettamente collegati a quelli collettivi, che si tratti del macrocosmo politico – sociale o del microcosmo familiare: non siamo delle monadi isolate. E abbiamo bisogno di cercare un po’ di luce, anche nei momenti più bui, come suggerisce il titolo (che può riferirsi anche alla luce che può portare l’arte, e quindi il cinema, nei momenti e nei contesti più difficili). Il finale, che non anticipiamo, sembra dare al protagonista (interpretato dal meraviglioso Misagh Zareh, personaggio chiave de Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof e di un altro film di quel regista) la luce che cercava, sulle note di Xrmala di Gorani Kurdy. Dopo due momenti di cinema strepitosi: la scena in cui si abbandona, in posizione fetale, nel grembo della madre e quella, lunga, in cui è inquadrato al tavolo del soggiorno, mentre i parenti cominciano a ballare. Le relazioni, l’interconnessione tra le persone, il bisogno che ognuno ha degli altri sembrano dunque vincere sulla disperazione dovuta anche all’essere costretti, com’è accaduto a molti medici e infermieri in situazioni analoghe, a non poter curare chi avrebbe invece bisogno di cure, per ferite magari inferte per motivi politici. 

La sceneggiatura, ispirata a quella de Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami, è stata scritta in collaborazione con Shadmehr Rastin, già autore di Offside e di Un semplice incidente di Jafar Panahi.

Stills: Un po' di luce (2026) © 2026 Teodora Film All Rights Reserved

Un po' di luce
Iran, Svizzera, Italia, Canada, Turchia, 2026, 87'
Titolo originale:
Kami nour
Regia:
Ali Asgari
Sceneggiatura:
Ali Asgari, Shadmehr Rastin
Fotografia:
Iman Tahsin
Montaggio:
Iman Tahsin
Musica:
Navid Divan
Cast:
Missagh Zareh, Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad
Produzione:
Seven Springs Pictures, Sunny Independent Picture, Zoe Films, Good Measure Productions, Haurvatat Film
Distribuzione:
Teodora Film

Dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere il proprio studio medico, un medico iraniano perde fiducia nel futuro e decide di togliersi la vita. Un'ultima giornata trascorsa con la famiglia inizia a far vacillare la sua decisione.

Locandina: Un po' di luce (2026) © 2026 Teodora Film All Rights Reserved

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