È già passato quasi un anno e mezzo dalla prima proiezione di Yes, alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes, nel maggio 2025. Un anno e mezzo in cui la Storia (con la esse maiuscola, ma anche tutte le altre infinite storie a essa collegate) nella Striscia di Gaza e in Palestina ha continuato a peggiorare: ha aggiunto altro orrore, altra morte e altre colpe – che stanno tutte e sempre dalla stessa parte – sulle quali non si può transigere né sorvolare. Il film di Lapid arriva in sala oggi, a sedici mesi dalla sua uscita e quasi tre anni dopo il 7 ottobre, e non è facile averci a che fare. Non lo era stato neppure la prima volta perché la complessità e la durezza che il regista mette in campo funzionano come una sorta di filtro alla visione. E Yes è un film in cui nulla di ciò che si vede è piacevole e attraverso il quale Lapid costruisce un testo volutamente eccessivo, sopra le righe e respingente.
La storia è quella di una coppia di Tel Aviv: Y, ex pianista jazz di grande talento, e Yasmine, ballerina e insegnante di hip hop. I due hanno un figlio, Noah, nato l’8 ottobre 2023, e sbarcano il lunario esibendosi alle feste e ai festini dell’alta società cittadina, spesso prostituendosi o facendosi coinvolgere in pratiche a sfondo sessuale. Dopo aver presenziato a una serie di party con ospiti politici e ufficiali dell’esercito, a Y viene chiesto comporre la musica per un nuovo inno dedicato a Israele, il cui testo celebra la «nuova generazione della vittoria» ed è pieno di riferimenti all’annientamento di Gaza e alla supremazia dell’esercito. L’uomo, dopo aver letto il testo, viene preso dai dubbi e intraprende un viaggio attraverso il Paese, da est a ovest, fino al muro che separa Israele da Gaza, insieme a Leah, un’ex fidanzata ora in servizio nell’IDF come traduttrice, che tenta di convincerlo ad accettare l’incarico.

Come informa la didascalia finale del film: «nel novembre del 2023, in seguito all’invasione israeliana di Gaza, un’organizzazione chiamata “Fronte civile” ha pubblicato una canzone accompagnata da un videoclip, chiamata La canzone della generazione della vittoria. Si tratta di una versione distorta del brano The Brotherhood (HaRe’ut), un canto della memoria fondamentale della storia dello Stato di Israele. Il Fronte civile ha usato una melodia simile all’originale, ma ha completamente distorto il senso e le intenzioni dell’autore». Il film parte dunque da questa sorta di inno apocrifo per mettere in scena un Paese sopraffatto da se stesso e dalla propria sete di sangue, un luogo che divora i suoi figli e celebra il proprio orgoglio in modo sguaiato, cafone e grottesco.
Il disgusto di Lapid per le scelte politiche e la guerra che il proprio Paese conduce passa dalla messa in scena di un abisso soprattutto morale nel quale la classe dirigente sprofonda la società israeliana, ma ancora di più da una sorta di perdita della memoria. Come la canzone al centro della vicenda, anche chi governa Israele travisa la memoria del Paese, la riscrive o, peggio, la annienta in nome di un eterno presente che è soltanto uno specchio capace di riflettere odio, violenza e discriminazione. «Sono passati 76 anni dall’indipendenza di Israele e la guerra è tuttora in corso», recita la voce di una donna che arringa la folla durante la festa dell’indipendenza, mettendo in luce il paradosso di un Paese che non sembra mai aver visto compiersi la propria storia, inchiodato a ripetere lo stesso presente sin dalla sua nascita.

È lo smarrimento dell’identità, già al centro di Synonymes (2019) – lì il rifiuto delle radici passava attraverso il rifiuto della propria lingua – che Lapid mette nuovamente in scena. E insieme a esso esprime il proprio dissenso e l’incapacità di comprendere – a tratti forse attraverso un’ingenuità fin troppo ostentata per risultare credibile – come poter ancora sentirsi parte di un Paese che disconosce e ripudia. Eppure dal quale non riesce a smettere di sentirsi legato, tanto da continuare a tornarci, a cercare in esso una parte di sé.
Ciò che non emerge mai, nemmeno per un fotogramma, è la colpa. L’unico elemento che il film trascura e lascia fuori campo. Nemmeno quando il protagonista e Leah salgono sulla “collina dell’amore”, da cui si vede Gaza in fiamme – il luogo dove gli innamorati si appartano e le famiglie vanno a fare i picnic –, i discorsi vertono sulle responsabilità di Israele nella distruzione della Palestina. Il motivo è che Lapid non sta facendo un film sul conflitto o sul genocidio, ma sul proprio Paese e sull’identità e la memoria dei suoi cittadini, ignorate e cancellate dallo Stato israeliano. Parla, cioè, di ciò che conosce ed è in grado di raccontare. E anche per questo Yes è un film così importante: perché un autore vero come Lapid non si sottrae – lui sì, davvero – alla responsabilità di guardare nel buco più nero della nostra contemporaneità e di chiedersi cosa significhi vivere dentro una realtà che mette lui e i suoi connazionali, anche quelli convinti di essere nel giusto, dalla parte sbagliata della storia. Lo fa con il suo cinema dell’accumulo di immagini, con una macchina da presa che gira a vuoto e con una musica che confligge cacofonicamente in un rumore che crea indistinzione: il suono della morte, del genocidio, della fine del mondo.

Ci è voluto coraggio per fare un film come Yes un anno e mezzo fa e sì, ce ne vuole altrettanto oggi per guardarlo da vicino, per interrogarlo alla luce di ciò che è accaduto nel frattempo e per non sottrarsi alle domande che pone sul proprio Paese e sulla responsabilità di chi lo abita. Magari mettendolo accanto a NAZA. Perché anche da Israele arrivano voci che hanno qualcosa da dire. E quelle voci, nonostante tutto, è giusto che vengano ascoltate.
Stills: Yes (2026) © 2026 Wanted Cinema All Rights Reserved
Un musicista jazz e sua moglie, la ballerina Jasmine, offrono il loro talento artistico per aiutare il loro Paese dopo gli attacchi del 7 ottobre, e il musicista ha il compito di comporre un nuovo inno nazionale.
Locandina: Yes (2026) © 2026 Wanted Cinema All Rights Reserved