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Nagi Notes di Koji Fukada

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All’origine c’è un testo teatrale, Nagi Notes della commediografa giapponese Hirata Oriza, esplicitamente ispirato a Viaggio a Tokyo di Ozu. Un’origine che nel film di Koji Fukada si vede e soprattutto si ascolta pienamente.

La messa in scena è diretta, luminosa, al limite della piattezza, e i dialoghi tra costruiscono lentamente personalità e biografie, proprio come la scultrice protagonista plasma poco alla volta le sue sculture in legno. La donna crea ritratti, volti e mezzi busti di varia grandezza di persone incontrate o amate: un album fotografico che si può toccare e oltre il quale si può scorgere un'anima celata dietro occhi senza espressione. Con il suo cinema minimale ed estenuante, Koji Fukada cerca la medesima fissità di sguardo dell’artista, a costo di ammettere implicitamente che la scialba qualità delle sculture possa riflettersi sullo stile del suo film.

Protagoniste sono due donne, Yoriko e Yuri, due ex cognate rimaste amiche dopo che la seconda ha divorziato dal fratello della prima e che si ritrovano a Nagi, dove Yoriko si è ritirata a vivere, per qualche giono. Una fa per l'appunto la scultrice, è lesbica e si è ritirata dal mondo dopo aver deciso di non amare più nessuno; l’altra è un architetto che non ha mai creduto abbastanza in sé stessa e ha patito l’eccessiva personalità del marito. Una fa opere che invocano l'anonimità, dice, l'altra, dice sempre l'amica, progetta edifici che sono simbolo d'esclusività e potere. Come potrebbero trovare un terreno d'intesa, se non nello spazio delle costruzione dell'opera d'arte, che con la sua assolutezza esula dalla vita?

Nel villaggio di campagna di Nagi, luogo idilliaco nel nord del Giappone a lungo studiato dal regista, che vi ha vissuto saltuariamente otto anni, le due protagoniste si confrontano sulle rispettive vite, con l’artista che usa l’amica come modella e come confidente. La scultura resta in mezzo a loro, spesso ripresa da dietro, come immagine e proiezione di un desiderio che nel film viene continuamente sublimato, non solo da parte delle due protagoniste ma anche degli altri personaggi.

Non è sbagliato chiamare in causa Il capolavoro sconosciuto di Balzac, e soprattutto Rivette che lo ha portato al cinema (La bella scontrosa), dal momento che Koji Fukada fa nascere tutto il film dal riconoscimento di Yuri a partire da un suo ritratto e ragiona sulla persistenza dell’immagine nella memoria, e sull’innamoramento come innesco di un ricordo o un desiderio sopito, arrivando ad allestire due belle sequenze oniriche.

L’altro riferimento evidente di Nagi Notes è naturalmente Rohmer, con i suoi incontri parigini e il suo “raggio verde” (esplicitamente citato in una scena), in un film di piccole emozioni in cui a fare da specchio alla relaziona incerta fra le protagoniste c’è una storia d’amore tra due ragazzini, che scoprono di amarsi e in modo un po’ irrealistico arrivano a essere felici. Proprio guardando da lontano questi giovani amanti, come figure nel paesaggio perfettamente integrate, alla fine del film Yuri capisce finalmente qualcosa della sua vita e restituisce lo sguardo che le viene lanciato a inizio film.

Del resto, tutto si riverbera nel mondo piccolo e gentile di Fukada e tutto al tempo stesso resta nell’incertezza. Oltre le colline che circondano Nagi le esercitazioni militari evocano una realtà d'altro tipo, violenta e spaventosa, ma nessuno sembra veramente farci caso. Chi sono, in fondo, in questo film piccolo e un po’ semplice, le vere figure vuote: le statue o le persone?