Un certain regard

Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun

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«Se diventa troppo reale puoi sempre fermarlo»: era la frase chiave del lancio pubblicitario dei dvd degli horror anni 80 Camp Miasma, serie (inventata) di film slasher di enorme, inaspettato successo, perfetti  per una nottata da paura circondati di junk food, che però, arrivati a una decina di episodi, mostravano parecchio la corda e tramontarono. Perché non farne oggi il remake? Si chiedono i produttori che ne detengono il marchio. E cinicamente, per proteggersi dalle possibili accuse woke di misoginia, transfobia, omofobia tradizionalmente rivolte allo slasher movie, lo affidano a Kris, giovane regista queer recente stella del Sundance. Che decide di ripartire dalla “final girl”, l’unica ragazza che si salvava alla fine del primo film (tipo Jamie Lee Curtis in Halloween), e va a cercare la sua interprete, Billy Presley, nella casa isolata tra boschi e montagne nella quale si è ritirata da molti anni, dentro Camp Tivoli, abbandonato, che servì da set proprio per la location della serie.

Parte da qui, e dai bellissimi titoli di testa che ricostruiscono attraverso l’accozzaglia di pagine di giornale, spezzoni, giochi da tavolo, vhs, dvd, titoli sensazionalistici la storia del successo, del tramonto e delle polemiche legate alla serie, il terzo film di Jane Schoenbrun, writer/director transgender cui piace lavorare sull’immersione selvaggia nell’immaginario dei mass media, dai giochi e gli universi on line di We Are All Going To the Wolrd’s Fair alla televisione di Ho visto la tv brillare, su quanto influiscano e incidano sulla nostra formazione, identità, cultura, modo di essere e vivere (ridere, sognare, far l’amore, vedere noi stessi). Eccetera, qualcosa che riguarda tutti. Oggi, finalmente, il cinema, ovviamente horror e ovviamente seriale, come non può essere per una persona nata nel 1987. Nel primo Camp Miasma, dal lago veniva fuori, armato di lancia a doppia lama che emerge dall’acqua come la spada di Artù in Excalibur, un serial killer chiamato Little Death (Piccola Morte, tutto un programma sexy), rivestito da una tuta di plastica e al posto della testa un grosso cubo con scanalature, un vecchio condizionatore o una vecchia tv, con al centro un buco che lo fa assomigliare a un proiettore. Little Death guarda in soggettiva e ha il respiro pesante, come ogni serial killer che si rispetti, come Michael Myers, come Jason Voorhees. La notte, intorno al fuoco si racconta la sua storia: Little Death era un ragazzo, la domenica, il giovedì e il sabato, gli altri giorni una ragazza. Fu bullizzato dai compagni e finì annegato. Torna perché ha fame (molto bella la lunga sequenza del massacro del primo Miasma, con sottofondo romantico di A Long December di Counting Crows).

Identità, generi, tensioni, pulsioni, sessualità, amore e morte entrano in gioco e s’inseguono più o meno sotterraneamente nei dialoghi tra le due protagoniste (Hannah Einbinder e Gillian Anderson) e rimbalzano dal film che continuamente s’intreccia con il film, l’originale Camp Miasma che Billy, con turbante e occhi bistrati, proietta nel grande televisore in salotto, stando alle spalle di Kris, con un deep focus sottolineato da Kris in un’altra scena. Ecco, non ci sono solo sesso e morte a Camp Miasma (aka Camp Tivoli), o solo la rivendicazione della totale libertà di genere e sessuale o la riaffermazione delle radici molto pop e autentiche dell’horror, antintellettuali, solo «Carne e Fluidi» dice Billy: ci sono anche una star tramontata che vive in una casa isolata, una giovane sceneggiatrice che arriva in auto e la loro reciproca attrazione (il riferimento non è occultato, ma esplicito, anche se le protagoniste non ricordano il nome di Norma Desmond); c’è qualcuno che mentre fa l’amore guarda qualcosa che la guarda ed è come se si vedesse morire; ci sono tanti rimandi, figurine di passaggio, commesse, portieri di hotel, una stanza chiusa dai colori vivaci, uno sfondo naturale talvolta disegnato, due figure femminili discinte e insanguinate che camminano, tanto mondo stralunato e inquietante alla Lynch, al quale Schoenbrun indubbiamente si ispira anche  nell’ironia. Schoenbrun gira molto bene, prende molto sul serio quello di cui parla, ma non indottrina. Non fa arty, fa slasher. Certo, ci racconta qualcosa che sappiamo, che tu guardi quello che ti guarda, e ti vedi dentro quello sguardo, quello schermo, quella scatola, ti vedi vivere e morire. Halloween incontra Viale del tramonto che incontra Peeping Tom, e se ne vanno in giro a Twin Peaks o nell’Inland Empire.