Cosa vuol dire avere una propria storia – decidete voi se con la S maiuscola o minuscola – e accorgersi che a raccontarla sono sempre stati gli altri? Ha senso tentare di riappropriarsene oppure è più giusto fare i conti con le centinaia, le migliaia di altre storie che quella stessa storia si è trascinata dietro nel tempo? E ancora: se non appartiene più né a chi l’ha originata né a chi l’ha sfruttata fino a consumarla, di chi è davvero questa storia? Che cosa racconta, oggi, e soprattutto in che modo può ancora essere raccontata, scritta, guardata?
Si potrebbe partire da questi quesiti per provare ad approcciare Dracula di Radu Jude, nuovo capitolo della filmografia di uno degli autori più radicali e influenti del cinema europeo contemporaneo. Presentato al Locarno Film Festival lo scorso agosto, il film sembra essere poco più di divertissement: un’opera scanzonata, irriverente, apparentemente più leggera e meno programmatica rispetto ad alcuni degli ultimi lavori del regista rumeno – soprattutto da Sesso sfortunato o follie porno (2021) a Do Not Expect Too Much from the End of the World (2023) – ma sarebbe un errore liquidarlo come una semplice parentesi ludica o un esercizio laterale.
Perché anche qui Jude continua a fare ciò che il suo cinema fa da anni: smontare le immagini, sabotare le narrazioni dominanti, interrogare il rapporto tra identità nazionale, memoria culturale e rappresentazione. E Dracula, forse più di qualsiasi altra figura dell’immaginario europeo, diventa il terreno ideale per questa operazione. Un personaggio nato dentro la tradizione della Romania, ma trasformato altrove in mito pop globale che è inevitabilmente destinato a tornare nel luogo da cui tutto, almeno simbolicamente, ha avuto origine.
Il film allora va oltre la questione dell’appropriazione culturale in senso stretto. A Jude non interessa riprendersi il mito in senso tradizionale o rivendicare, da rumeno, la paternità di un immaginario che ha ormai sconfinato oltre le barriere (o gli oceani, per restare nel lessico della filmografia sul vampiro che il film continuamente cita e attraversa) dello spazio e del tempo, né restaurarne una presunta autenticità perduta. Piuttosto ha l’ambizione di interrogare ciò che Dracula è diventato: un corpo cinematografico, un dispositivo storico, mediatico e perfino turistico continuamente riscritto. Una figura che appartiene contemporaneamente al folclore, al colonialismo culturale, all’industria dell’intrattenimento e alla costruzione dell’identità nazionale. Il regista sembra dunque muoversi dentro un caos pieno di stratificazioni, accettando che ormai Dracula esista solo come accumulo di immagini, appropriazioni, deformazioni e detriti iconografici.
Per farlo Jude costruisce un’opera volutamente disordinata, triviale, grottesca e provocatoria, fatta di frammenti narrativi elementari e microstorie in cui le immagini si mischiano continuamente tra deepfake realizzati con filtri AI grossolani, inserti d’archivio e materiale digitale di bassa qualità. La storia è quella di un regista in crisi creativa a cui viene commissionato un film su Dracula. Non sapendo da dove cominciare, decide di chiedere aiuto a un’intelligenza artificiale che gli propone idee strampalate, a volte inventando completamente, altre cercando di seguire – con risultati inevitabilmente distorti – le indicazioni del regista stesso. Ognuna di queste suggestioni prende allora la forma di episodi più o meno lunghi in cui il vampiro assume identità e sembianze sempre diverse, da quelle più tradizionali a quelle più imprevedibili. Si passa così da parodie deliberatamente sgangherate del Nosferatu di Murnau e del Dracula di Coppola, all’adattamento del romanzo gotico/popolare rumeno Vampirul con protagonista un prete-vampiro; da una rielaborazione marxista in cui Dracula diventa un capitalista assetato del sangue dei propri dipendenti, fino alla rappresentazione di una surreale clinica per super ricchi dove Nicolae Ceaușescu avrebbe scoperto il segreto della vita eterna e nella quale il vampiro prende vita dal film Vlad, l'impalatore di Doru Năstase, grande kolossal storico del 1979 in cui la figura di Vlad veniva trasformata in una parabola edificante e nazionalista, in linea con le direttive culturali del regime comunista. Il tutto legato dalla storia – mostrata negli inframezzi fra un episodio e l’altro – di alcuni attori che nella cittadina di Sighișoara (luogo natale di Vlad Țepeș), inscena una grottesca e scollacciata caccia al vampiro per intrattenere turisti facoltosi.
Insomma, un’opera sgangherata oltre misura, perfino per gli standard di un regista come Radu Jude. Eppure proprio dentro questo caos apparentemente incontrollato il film riesce a mettere a tema con grande precisione la permeabilità della cultura, del mito e delle infinite rifrazioni che questi producono all’interno di un mondo liquido, instabile e continuamente riscrivibile come quello contemporaneo. Riuscendo anche a cogliere un’intuizione molto forte – e sorprendentemente poco esplorata – nel modo in cui il vampiro viene rappresentato: ovvero quello di essere sgradevole privo di qualsiasi fascino. Per decenni Dracula è stato associato a immaginari romantici, al fascino gotico della dannazione, a una vampirizzazione intesa come possessione erotica e demoniaca, metafora del desiderio di divorare la vita attraverso la morte e il mondo attraverso le ombre. Jude invece lo svuota completamente di qualsiasi aura seduttiva o decadente e ne fa una figura profondamente ripugnante: un essere odioso, meschino, crudele, che incarna insieme conservatorismo, opportunismo, pulsione autoritaria e sadismo.
Ed è forse qui che Dracula trova il suo bersaglio più preciso. Perché quel vampiro volgare, sfinito e continuamente deformato dalle immagini, finisce per assomigliare al mondo che lo produce: quello della comunicazione usa e getta, della riproduzione infinita di contenuti, delle immagini povere e degradate che popolano i social, la pubblicità e l’immaginario digitale contemporaneo. Il film stesso sembra allora assumere la forma corrotta e instabile dell’ecosistema visivo che racconta, fino a diventare quasi un accumulo tossico di scarti mediali, cliché culturali e simulazioni senza più origine. Ancora una volta Jude si conferma uno dei più lucidi interpreti del contemporaneo e delle sue strategie visive. Non tanto perché riesca a “spiegare” il presente, ma perché sembra aver capito più di molti altri come questo presente oggi si produca e si consumi innanzitutto attraverso le immagini, la loro circolazione compulsiva e il loro continuo deterioramento.
Nell'attuale Transilvania, i cacciatori di vampiri e gli scioperi dei lavoratori si intrecciano con colpi di scena di fantascienza, romantici e storie create dall'intelligenza artificiale, fondendo folklore e horror classico.
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