Comincia con un bambino che cammina sulle macerie della sua casa completamente distrutta, nel ricordo di L’infanzia di Ivan e di Germania anno zero, Lirica Ucraina di Francesca Mannocchi, presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2024 e vincitore, l’anno successivo, del David di Donatello come miglior documentario. L’autrice, giornalista e scrittrice già prestata al cinema nel 2018 con il documentario Isis, Tomorrow – The lost souls of Mosul, diretto insieme al fotografo Alessio Romenzi, lo ha presentato così: “Bucha, aprile 2022. Un uomo camminava da solo lungo le rotaie della ferrovia, mi ha visto con la telecamera in mano, io non parlavo la sua lingua, lui non parlava la mia. L'unica lingua comune erano i gesti. Mi ha indicato prima un edificio giallo, poi uno scantinato: sono entrata. C’era il corpo di un giovane ragazzo ucciso da un colpo di arma da fuoco alla tempia. L'uomo ha infilato le mani nelle tasche della giacca e ripreso la strada lungo le rotaie. Per me quell'uomo è il volto del sopravvissuto, colui che sa, ha visto, vuole dimenticare e trova conforto nel silenzio, ma ha sulle spalle la responsabilità e il peso di raccontare”. È su questo “peso di raccontare”, sul valore della testimonianza di chi è sopravvissuto, che si basa infatti il film, che dà voce, letteralmente, ai superstiti del massacro di Bucha del febbraio – marzo 2022, durato 33 giorni, nei quali si sono consumati crimini di guerra orrendi: torture, fosse comuni, uccisioni di, pare, 458 civili, senza contare i bombardamenti e la distruzione di case e ospedali. Mannocchi era in Ucraina già nel periodo precedente all’invasione russa ed è stata una delle prime persone a entrare a Bucha dopo l’occupazione, nell’aprile del 2022; ha quindi deciso di filmare quello che ha trovato, persone anziane soprattutto, perché i giovani erano andati via prima della guerra, o erano morti durante l’assedio della città (straziante la testimonianza della donna che ha visto morire sotto i suoi occhi un figlio e poi, mentre si recavano all’ospedale, il marito e l’altro figlio): anziani soli, senza speranza, che vivono – se possono - nei rifugi sotterranei (anzi, “negli scantinati”) o nelle loro case sventrate e passano le giornate accanto alla stufa (quando c’è legna), o che rievocano la seconda guerra mondiale vissuta quando erano bambini, o che pensano che non si vogliono muovere dal luogo in cui stanno e che, se devono morire, moriranno nella loro terra. Il film mostra varie situazioni, in modo realistico ma non “pornografico”: persone che raccontano della distruzione e delle uccisioni di cui sono state testimoni, altre che cercano di partire con il treno (stracolmo), le case e i palazzi bombardati inquadrati in lunghe carrellate, le fosse comuni, i cani che vagano spaesati per la città, i rifugi sotterranei, i tentativi di salvataggio dei bambini del reparto pediatrico di un ospedale, l’estrazione dei corpi dalle macerie, toccando varie località sia del Donec'k sia della zona di Kiev e chiudendo con una sequenza primaverile di campi e prati, campi di grano e di girasoli, prati di fiori viola, dai colori desaturati, con l’effetto di un super 8 degli anni ’60, sulla musica strepitosa, che permea tutto il film intervallata dal suono delle sirene, di Iosonouncane.
Scrive Zappoli su mymovies.it che Mannocchi, nella sua veste di corrispondente di guerra, “entra in empatia con la popolazione pur conservando lucidità di sguardo e di lettura delle situazioni”. Ed è questa la cifra distintiva del film, il mostrare Bucha e altri luoghi dell’Ucraina nella primavera del 2022, poco dopo l’invasione russa, attraverso le parole dei testimoni; registrandone anche le riflessioni su quello che sta accadendo, o che è appena accaduto. Per cui abbiamo l’anziano che dice che da giovane ha visto l’URSS e ora vede Putin che vuole ricrearla, quando invece la sua terra avrebbe bisogno di pace; abbiamo chi esprime quello che prova: dolore, preoccupazione, un dolore dell’anima – e del cuore – per cui “la cosa più importante è sopravvivere, in queste condizioni”; chi dice che “ci prendiamo cura di noi stessi, perché se ci lasciamo considerare vittime, allora saremo vittime” e che “non sarà mai più come prima, quindi dobbiamo imparare a convivere con tutto questo”; infine chi si pone la domanda delle domande, andare o restare?, e chi risponde con orgoglio che “è la nostra terra, perciò siamo rimasti qui”, anche quando gli occupanti costringevano i civili a stare in casa e ad uscire solo con un drappo bianco al braccio e le mani in tasca, in caso di assoluta necessità. E poi c’è un uomo accusato di spionaggio per aver partecipato, in anni precedenti, a un’«azione antiterroristica», che racconta delle torture subite quando è stato preso prigioniero, e dice che “la guerra finirà quando i russi smetteranno di rovinare le menti”; perché quando sono arrivati, continua, erano come degli zombies e ripetevano che erano venuti a salvarli (da cosa???). Forse però il film dà il meglio di sé nelle sequenze mute come quella del funerale ortodosso, pura poesia su note musicali sghembe e ruvide.
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