Nella colonia penale di G. Crivaro, S. Perra, F. Goia e A. Diana

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Prendendo il titolo da un emblematico racconto di Kafka e basandosi su un’idea di Nicola Contini, Nella colonia penale, vincitore del Marco Zucchi Award al documentario più innovativo in termini di immagine e linguaggio cinematografico a Locarno, Semaine de la critique, racconta in quattro parti che entrano naturalmente l’una nell’altra, dirette da quattro registi, Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, altrettanti luoghi, filmati per due settimane in stagioni diverse: Isili, Mamone, Is Arenas e l’Asinara. Tutti in Sardegna; tutti (a parte l’Asinara, che lo è stata ma dal 1998 non lo è più, ospitando invece sul suo territorio un parco nazionale e una riserva marina) colonie penali, tra le ultime attive in Europa.

L’idea di documentare questa realtà di “reclusione all’aperto” (la definizione odierna per le colonie penali è infatti “case di lavoro all’aperto”) è nata nel periodo del Covid, con le restrizioni alla libertà che conosciamo e le rivolte carcerarie della primavera del 2020, che non hanno toccato queste strutture in cui tutto è rimasto fermo, sospeso, come se lavorare all’aperto fosse un privilegio che mette in ombra il fatto che si tratta pur sempre di reclusione e carcerazione; i registi hanno deciso, così, di riprendere questi siti con «l’obiettivo di costruire un discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità, in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente addentro, poiché la colonia penale ne è diretta espressione».

Si comincia con Isili, ancora in periodo pandemico, per narrare una chiusura nella chiusura, riprendendo prigionieri, guardiani e animali nel loro quotidiano, che è dato dal lavoro nei campi e dalla cura del bestiame, in modo ripetitivo e cadenzato, con l’attenzione agli ambienti (anche naturali) e agli oggetti di lavoro più che alle persone, per poi, con la parte ambientata a Mamone, allargare un po’ il campo, dare un po’ più di respiro, stando ancora però impersonali, neutri, (quasi) oggettivi. Perché si vedono degli uomini ma non si sa perché siano lì, che cosa abbiano fatto. Quale sia la loro storia. Anche se si vede un detenuto uscire dal carcere, sostenuto dalle parole dei compagni. Con Is Arenas si comincia a guardare alle persone, sull’esempio (forse) di Gorgona di Antonio Tibaldi, altro film girato di recente (2022) in una colonia penale (Gorgona, appunto, che si trova davanti a Livorno): con la camera a mano, in un contesto ormai estivo, si segue uno dei reclusi che chiama i suoi in Nord Africa, facendosi mostrare in video la casa di recente costruzione. Per finire con l’Asinara, come si diceva ex colonia penale, di cui vengono mostrati gli animali o, meglio, il rapporto tra uomini e animali; il fatto che, pur in un ambiente positivamente controllato in quanto riserva naturale, gli animali vengano comunque governati dall’uomo, che li prende per trasportarli (i cinghiali) o per catalogarli (alcune specie di uccelli). Perché la riflessione, come da dichiarazione degli autori, riguarda il potere e il controllo, nella reclusione (sia pure sui generis come quella descritta nei primi tre episodi) come nella libertà, almeno teorica, degli animali dell’ultimo episodio. Non a caso il comitato di selezione della Semaine de la critique del festival di Locarno ha parlato, per quest’opera, di un film politico oltre che poetico, il cui significato «arriva allo spettatore senza bisogno di slogan, giudizi o toni didascalici» ma con l’osservazione, e l’ascolto, di quei luoghi e di quelle persone, detenuti o secondini che siano; detenuti che sono, tra l’altro, prevalentemente migranti, «il cui tempo è nel film come nella vita reale fermo e dilatato dalla condizione di detenzione, scandito dai compiti quotidianamente previsti in cambio della possibilità di scontare la propria pena in spazi aperti, a contatto con gli animali, ma isolati e inaccessibili ai più: luoghi che per diverse ragioni si differenziano dalla maggior parte delle carceri, ma che non sono di fatto meno vincolati dalle regole che da sempre caratterizzano il sistema penale», come recitano le note di regia.

Ma parlavamo di poesia; perché, sì, il racconto di questi luoghi di detenzione, di questa “colonia penale”, diretto da quattro registi ma fotografato da un’unica persona, l’ottima Federica Ortu, è fondamentalmente poetico, elemento che giustifica l’attribuzione, a Locarno, di un premio dedicato, come abbiamo visto, all’innovazione visiva e linguistica. Quello che colpisce è infatti la modalità compositiva che, specie nelle prime due parti, rende visivamente e sul piano dei suoni (aspetto curatissimo in tutto il film, la cui colonna sonora è data dai rumori diegetici, lo scampanellio e il belato delle pecore, le diverse sonorità dei metalli e l’eco degli elementi naturali, oltre che i pochi dialoghi nelle lingue in cui si svolgono) quel senso di stasi, di tempo sospeso e dilatato di cui abbiamo già parlato, che riguarda chi è controllato ma anche chi controlla, in una corrispondenza che ha il sapore dell’interscambiabilità. Il lavoro con le pecore, la refezione, la partita di calcio di un gruppo di detenuti, le borse con i loro effetti personali tra le quali ci sono quelle di chi è deceduto e di chi è internato, i canti nella propria lingua, l’uscita dal carcere di un uomo che ha finito di scontare la propria pena, le telefonate a casa e ancora il lavoro dei campi, il taglio dei capelli, le recinzioni per le bestie… l’apparizione di un cervo… e poi uccelli, tartarughe, cinghiali in gabbia, asini e cavalli in libertà nell’ultima parte… Tutto è sostanziato di poesia perché indagato nell’essenza, senza didascalismi di sorta ma con amore per ciò che si racconta, anche se lo si racconta facendo un passo indietro, con rispetto e attenzione all’altro, come dovrebbe accadere in tutti i documentari che si rispettino.