Se esordire nel panorama italiano è un atto di coraggio non solo produttivo, non solo un percorso funambolico tra i retaggi dei padri putativi e una legittimazione identitaria, affermare pertanto umiltà autoriale al primo lungometraggio di autofiction è un punto esclamativo che schiude un ventaglio di potenzialità, sperimentali e distributive. Già additato nei dintorni di Nanni Moretti agli inizi, Alberto Palmiero, classe 1997, con Tienimi presente infonde linfa espressiva a quanto di più referenziale un regista possa ispirarsi: una crisi creativa, non filtrata dalla diegesi, ma declinata in minimaliste cadenze autobiografiche che, senza sconfinamenti, introietta la prassi documentaristica (anche per gli attori non professionisti, reclutati tra i famigliari) e l’accento della commedia amara.
Palmiero dirige e interpreta se stesso, un ventisettenne di Aversa aspirante regista, con una laurea triennale e una gavetta tra corti e comparsate. L’ambizione è un rimosso dell’inconscio per il protagonista, a cui tocca navigare tra il pitch dell’ultimo soggetto alla Mostra di Venezia, la labilità generazionale della Roma universitaria, la smania dei contatti dei produttori ondivaghi, il ritorno del figliol non prodigo nella città natale, le baruffe domestiche sullo sfondo di una Napoli verace e crepuscolare. Il catalogo del picaro Post-Millennials è questo, è noto, ma non è tutto in Tienimi presente.

L’ironia lunare e gentile funge da grandangolo alle piccole occorrenze, un certo estro troisiano si tuffa con tenera remissività nel male di vivere, l’umanità di contorno brulica su un filosofeggiare di strada, in una sorta di magico realismo (in cui si affaccia persino Pulcinella): pur incidendo su un vissuto professionale, la regia si infiltra in un lieve scarto di distanza dal reale, che è rilettura del particolare e proiezione di un assoluto: lo sradicamento dalle proprie scelte di vita (da exemplum lo sfogo di un amico che ha dismesso i panni dell’informatico per scongiurare un’esistenza in pigiama).
Mai contemplativa né intimistica, controcorrente in quel fluire epifanico e insistito di tante opere prime, la cinepresa dispone di un apprendistato che si fa da sé, senza climax e sottotesti politici, né apici virtuosistici, in un manifesto di malinconia depurato dal sorriso fugace, in una nitidezza di racconto che esige disinvolta precisione. Ambire a cristallizzarsi come l’uomo che dorme di Georges Perec, con una carriera svaporata, e infine risvegliarsi riluttante Don Chisciotte dal piglio keatoniano, che nell’incontro con l’altro (coetanei, parenti, confidenti) scruta, nella condivisa precarietà magistra vitae e con lo sguardo esercitato alla visione, lo spiraglio di un’introspezione non più irrisolta, che è promessa di una felicità espatriata.
Per l’ex allievo del Centro Sperimentale e della Fondazione “Fare Cinema” di Bobbio, la cinefilia retrocede a immaginario in ellissi (“mi è passata la voglia di vedere i film”), il cinema si incarna, evanescente, in volti e nomi illustri (con i benevoli camei di Marco Bellocchio sul set di Portobello e di Gianluca Arcopinto, produttori stessi di Tienimi presente), la lezione dei grandi, come Scorsese, si stempera nel gioco autocritico. In una prosa paratattica che devia dallo sciabordio confessionale e dall’esuberanza diaristica, il film snoda un viaggio circoscritto intorno allo schianto dei sogni, nell’incalzare delle cose ineluttabili: gli assilli genitoriali sul futuro, la solitudine fuori sede, l’esilio del migrante. Con un disincanto indolente che in punta di piedi bandisce però lo sconforto.

Come lode accidentale alla comunicabilità, nei meandri scoscesi dell’amicizia maschile, Tienimi presente autentica il suo materiale umano proprio tramite il linguaggio, quello filmico con cui il Palmiero reale trasfigura un personale sentire in un autoritratto orizzontale che innova senza pretese di originalità, puntellato da una surreale segnaletica extra di imperativi morali (“rialzati”), quasi degli easter egg interiori, che è poi firma di preminenza del cinema stesso. Il finale, che non può disdegnare a questo cavaliere dell’uggiosa leggerezza la sua strada, trova quello che non si era ricercato a tavolino, nel rumore generazionale di fondo: estrapolare i mutamenti dal tempo ordinario, rivendicare la bellezza segreta delle passioni quanto la cornice è in difetto.
Alberto, aspirante regista disilluso vicino ai trent’anni, è convinto che il cinema non abbia più nulla da offrirgli. Dopo anni vissuti a Roma nella speranza di fare un film — tra progetti incerti e produttori perennemente in fuga — decide di fare marcia indietro e tornare nella sua città natale. Tra vecchi amici, nuove conoscenze e qualche momento di pace, basta poco perché riaffiorino i dubbi, i desideri e quella domanda che non smette mai di tormentarlo: cosa fare davvero della propria vita?