Diciamolo subito: Sarajevo Safari, del documentarista e docente di cinema sloveno Miran Zupanič, è un film scioccante. Non solo per i contenuti, che sono scioccanti di per sé, certo, e da qualche tempo noti anche in Italia: durante la guerra nella ex Jugoslavia, per due anni circa, accanto ai cecchini serbi che sparavano ai bosniaci sulle strade di Sarajevo, in particolare quelle del quartiere di Grbavica, c’erano degli stranieri, dei “cacciatori” o comunque dei “turisti della guerra”, se vogliamo chiamarli così, ricchi e annoiati, che pagavano cifre astronomiche per sparare a qualcuno da una postazione protetta; qualcuno che era un abitante della città in questione e, possibilmente, un bambino. Il tema (che non è il tema di un’opera cinematografica o letteraria, anche se il documentario, un’opera, lo è, ma è la realtà agghiacciante di quei due anni), quindi, di per sé è scioccante; come lo sono le confessioni, ma sarebbe più corretto dire le testimonianze, delle due persone che raccontano quei fatti, e di chi, per quei fatti, ha perso una persona cara o è rimasto gravemente mutilato. Ma forse ancora più scioccanti sono le immagini d’archivio della Sarajevo del tempo, sotto assedio, con le strade semivuote a causa della presenza dei cecchini, con la gente che però deve uscire per andare, per esempio, a prendere l’acqua, o al mercato per il cibo; un mercato in cui non c’è quasi niente da comprare, ma quella era la situazione; quella era, ed è, la guerra. Qualcuno esce anche per il bisogno di uscire, o per qualche commissione, tra i palazzi devastati, in uno squallore in cui si cerca, però, di mantenere un minimo di vita, e di umanità. Strazianti sono i volti delle persone, così umani. E le immagini, poi, del “safari” di cui sopra; perché in quei filmati d’epoca si vedono anche i bersagli dei cecchini, nel momento in cui vengono colpiti; e non è “un film”, è vita vera. In questo senso l’opera è anche una riflessione sulla violenza, sull’abitudine a fruire della violenza simulata e sul suo rapporto con quella reale; e in questo senso è emblematico il finale, con gli studenti di una classe, di tredici o quattordici anni, che cantano in coro, con l’accompagnamento di una chitarra, parole di pace e di speranza, per quando la guerra sarà finita.
Si diceva di due personaggi che raccontano queste atrocità. Il primo, che rimane nell’ombra, è un militare e faccendiere sloveno che lavorava nel settore dell’intelligence e che viene a un certo punto contattato, negli anni della guerra, da una misteriosa agenzia statunitense che lo incarica di viaggiare nel territorio della ex Jugoslavia con un pass da giornalista per vedere cosa succede e captare gli umori della gente. Questo lo porta a Belgrado e lo porta a conoscenza del fatto che, in quel periodo, arrivavano a Belgrado degli aerei dall’estero, spesso da Trieste, che portavano dei “turisti” che si spostavano, poi, sulle colline intorno a Sarajevo e operavano con i cecchini serbi, con la connivenza quindi, anzi con l’appoggio, dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, per sparare ai civili di passaggio. Il ruolo di questo personaggio non è del tutto chiaro, ma pare che lui, in questo “safari umano”, si sia rifiutato di sparare a sua volta, pur continuando ad affiancare l’esercito serbo. Il secondo testimone, che parla alla luce del sole, da una terrazza che sovrasta la città, è Edin Subašić, allora agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, che conferma la versione del primo narratore raccontando la storia che ha raccolto da un soldato nemico catturato, che aveva assistito al trasporto di cinque “cacciatori”; dice poi che, avendo saputo che erano coinvolti anche degli italiani e che, in ogni caso, molte spedizioni partivano da Trieste, aveva notificato la cosa a SISDI e SISME, che avevano in effetti, senza comunicare dettagli, fatto cessare il fenomeno.
Seguono le testimonianze delle vittime che sono sostanzialmente due, molto lunghe e articolate: quella dei genitori di una bambina di un anno colpita da un cecchino mentre giocava, in strada, accanto alla madre, e quella di un uomo che, ferito gravemente sempre da un cecchino, ha perso le gambe e ora vive su una sedia a rotelle. Testimonianze drammatiche entrambe, una più sul côté emotivo, l’altra più su quello spirituale-filosofico. I genitori della bambina, o meglio la madre della bambina, perché il padre si limita ad ascoltare e interviene in rare occasioni, dopo aver raccontato dell’uccisione della figlia, chiedendosi perché i cecchini non avessero, invece, colpito lei, dice che quando, l’anno successivo, era rimasta di nuovo incinta, aveva partorito un figlio morto nonostante non avesse problemi fisici, fatto spiegato dai medici con le conseguenze psicologiche del lutto spaventoso che aveva dovuto vivere, sulla sua pelle. L’uomo, Faruk Šabanović, al tempo studente di fisica, racconta invece il suo ferimento anche tramite un filmato d'archivio che lo vede, a terra, vicino al museo nazionale e poi caricato su un'ambulanza blindata delle Nazioni Unite; dicendo che quel giorno, il primo caldo e limpido dopo il duro periodo invernale, era uscito ad ammirare il tramonto e, nonostante quello che è seguito, ancora oggi pensa a quel tramonto, e ai tramonti in genere, con spirito positivo, come segno della bellezza del creato e, alla fine, della vita; interrogandosi però, con il regista, sulle vette di crudeltà a cui l’uomo può giungere, e sull’imperscrutabilità del male. Che, quando si presenta, ha anche spesso una struttura (logistica, organizzativa, finanziaria…) che lo sostiene.
La cosa forse ancora più incredibile è che proprio dal documentario di Zupanič, presentato nel 2022 al festival di Sarajevo, hanno avuto origine le indagini che ancora oggi riguardano i “turisti della guerra”, innanzitutto in Bosnia (2022) e in Italia (2025), dove Ezio Gavazzeni ha tra l’altro pubblicato, a seguito della ricerca che ha portato avanti personalmente, il testo I cecchini del weekend (2026); mentre prima dell’uscita del documentario, nonostante il “safari” fosse già stato scoperto, nessuno degli “attori” era stato identificato o perseguito e ancora oggi i testimoni sono sottoposti a pressioni, per evitare che si faccia luce sulla vicenda.
L’assedio di Sarajevo ha provocato dalle 10 alle 12mila vittime civili, tra il ’92 e il ‘96; è terribile sapere che, tra queste, c’è anche chi è stato ucciso “per gioco”.
Foto: Sarajevo Safari (2026) © 2026 OpenDDB All Rights Reserved.