Nel 2015 un film di finzione, The price of desire di Mary McGuckian, uscito insieme al documentario Gray Matters di Marco Orsini (realizzato in occasione della retrospettiva allestita al Centre Pompidou di Parigi nel 2013), ha fatto conoscere al grande pubblico Eileen Gray, la prima donna architetto (1878 – 1976) ad aver progettato e realizzato, tra il 1926 e il 1929, uno dei capolavori dell’architettura moderna, la E.1027 con il suo corredo di mobili, esemplari illustri del design del Novecento; una casa in riva al mare (soprannominata, non a caso, la “maison en bord de mer”) sita in quel di Roquebrune-Cap-Martin, in Costa Azzurra. Un edificio il cui nome è un acronimo alfanumerico: E come Eileen, 10 come J a indicare Jean Badovici, 2 come B a indicare il cognome dell’uomo, architetto e critico d’architettura francese di origine rumena, fondatore della rivista «Architecture vivante» e compagno di Eileen Gray nel periodo della progettazione e costruzione della villa che verrà a lui intestata, e 7 come la G di Gray. Lettera e numeri che formano un chiasmo a sottolineare l’interconnessione profonda tra queste due anime che, per un periodo, hanno avuto una sintonia fuori dal comune, mettendo insieme la passione per l’architettura e il design, e direi più in generale per il bello in senso minimale, e l’impegno per il lavoro che, soprattutto per lei, era un vero e proprio modo di vivere. Poteva stare ore e ore allo scrittoio, a pensare, disegnare, progettare; a creare nel senso alto del termine, quello di una libertà creativa che sta fuori da ogni compromesso e che si vive in solitudine, quando non si trova un’anima affine alla propria. Con cui anche l’amore è qualcosa di spirituale perché è legato all’arte, alla produzione di bellezza ed armonia, più che alla fisicità. E con cui si condivide una concezione dell’architettura fatta di spazi che servono alle persone per stare bene, in armonia con se stesse, in un equilibrio interiore che ha molto a che fare con l’equilibrio degli spazi, interni ed esterni; dove lo spazio esterno, in questo caso, è la costa aspra e selvaggia che digrada verso il mare, il mare blu del Sud della Francia e la luce di quel sole, di quel paesaggio unico. Su cui utilizzare il bianco, perché nessun “colore” ha senso in quel contesto e in quel tipo di luminosità, a parte magari il blu di alcuni elementi. Una casa che è «un involucro che ci protegge delicatamente dall'ambiente, la nostra estensione spirituale, un conforto. È il corpo».

Quell’abitazione modernista e funzionale ha ispirato Le Corbusier che, amico di Badovici, ha frequentato la E.1027 per lungo tempo, con e senza Eileen Gray (che ha lasciato Badovici nel ’32), rimanendone affascinato, anzi addirittura ossessionato, tanto da costruire il Cabanon poco sopra ad essa e da decidere, tra ’37 e ‘38, di dipingere otto murales sulle pareti che Gray aveva lasciato volutamente bianche, profanando la villa e attirando su di sé e sull’amico l’attenzione che la donna avrebbe meritato; tanto che solo nel 1968, con un articolo di Joseph Rykwert su «Domus», e soprattutto nel 2000, quando la villa è stata proclamata Monumento Nazionale dal governo francese, che l’ha ristrutturata e resa visitabile dopo che aveva cambiato più volte proprietario e passato anche un periodo di degrado, Eileen Gray è stata riconosciuta come architetto e come la creatrice di quella casa meravigliosa. Nella quale non aveva più voluto mettere piede.

Ora due registi svizzeri, Beatrice Minger e Christoph Schaub, hanno girato su questo episodio un bellissimo film, E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, che ripercorre la vicenda dal punto di vista della designer irlandese e che, rispetto al precedente, è interessante essenzialmente per due motivi: perché ripropone la storia di una donna, artista nel senso proprio del termine, oscurata dal suo uomo ma anche da un architetto famoso come Le Corbusier, che non ha esitato ad appropriarsi di un’opera altrui (significativa questa dichiarazione di Minger: «È accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film. Da questo conflitto irrisolto. La violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione, pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile dell’architettura. Le Corbusier, lo “Zeus” del modernismo francese, reagì cercando di ricondurla al suo posto»), e per come è stato realizzato. Si tratta, infatti, di un’affascinante commistione di finzione (con gli splendidi Natalie Radmall-Quirke, Axel Moustache e Charles Morillon), di documentario (anche con filmati d’epoca) e di stralci girati in un teatro di posa in cui gli attori, nei panni dei protagonisti della storia che viene raccontata, si muovono tra pannelli audiovisivi che illustrano il contesto storico – artistico dell’epoca, gli anni Venti e Trenta del Novecento francese, con le avanguardie storiche e con artisti che hanno plasmato il proprio tempo, letteralmente (sono mostrati anche spezzoni di film di Jean Vigo, Fernand Léger e Man Ray), trovando il proprio spazio, mostrando le loro creazioni (i pezzi di design di Gray), incontrandosi e parlandosi e amandosi. E scontrandosi, alla fine. Quando la resa dei conti tra Gray e Le Corbusier, per interposta persona, si fa cogente. Un ambiente nero e scarno, quello in cui gli attori si muovono, che ricorda Dogville, come il rapporto tra Gray e la sua domestica ricorda Le lacrime amare di Petra Von Kant; senza contare i riferimenti musicali, come l’Improvisation di Django Reinhardt che ritma i titoli di coda sul balletto dei tre attori protagonisti, ad alleggerire e a chiudere in bellezza un percorso elegantemente impegnativo, e impegnato. Anche in senso femminista.