focus top image

Einaudi, 2026  -  13 €

Nel penultimo capitolo del suo saggio, Ferrario scrive che “lo scopo di una narrazione seriale non è di finire, ma di continuare”, portando in superficie con questa affermazione il tema che, in ultima analisi, lo sostiene e ne definisce il titolo. La fine della fine ci parla di come nel corso degli ultimi decenni sia stato reso effettivo il passaggio da una forma di racconto per immagini nella quale, per un secolo, il pubblico si è riconosciuto, ossia quella del film proiettato in una sala dove lo spettatore si recava per assistervi allo svolgersi di una storia che, secondo regole tramandate nei secoli, era necessariamente orientata a concludersi in quella sorta di liberazione emotiva contestuale allo scioglimento dell'intreccio, denominata catarsi.
Tema che però – e qui sta il bello del saggio – emerge compiutamente solo verso il termine di un discorso che in precedenza ha saputo preparare il lettore articolandosi in ambiti differenti, da quello storico (personale e collettivo) a quello tecnologico a quello fisiologico/antropologico, sviluppati nella loro reciprocità come sfaccettature inscindibili di un medesimo oggetto. L'analisi di Ferrario si apre con la presa d'atto generazionale dell'incalzare dei cambiamenti che hanno caratterizzato la sua vita così come quella dei suoi coetanei, ostacolando la comprensione sia della loro origine che degli effetti nel loro manifestarsi e nella loro concatenazione. 

Il punto di vista assunto in questo processo analitico non è (non vuole essere) quello accademico dello studioso ma di chi ha riflettuto su tali questioni a partire da come queste si presentavano nella pratica, nella concretezza dell'attività via via esercitata: operatore culturale, critico cinematografico, cineasta a tutto campo (sceneggiatore, produttore/realizzatore, distributore). Ne consegue una ricchezza di spunti di riflessione e di riferimenti specifici determinanti nel delineare realisticamente e pragmaticamente un percorso che, a partire dagli anni '70, da una parte ha condotto al dissolvimento di un predominio (quello del cinema come dispositivo narrativo e fatto sociale e culturale) in favore di un nuovo regime di produzione e di consumo d'immagini su scala e per modi irrimediabilmente differenti; dall'altra ha inevitabilmente rovesciato categorie e ambizioni legate a un certo posizionamento intellettuale radicato in quel decennio, di cui tuttavia siamo, se non altro, tenuti a “conservare la memoria per capire da dove arriva questo presente che sembra invincibile”.

Protagonisti dello scontro che durante questi cinque decenni ha determinato un passaggio di testimone a quanto pare irreversibile sono l'apparato cinematografico concepito per generare e permettere di contemplare “qualcosa di larger than life” e quell'ibrido costituito all'inizio soltanto dal sistema televisivo ma ora esteso a una panoplia variabile di schermi dalle dimensioni sempre più ridotte e maneggiabili. Non solo però. Altrettanto importante – e per svariati aspetti – è l'esaurirsi dell'uso del supporto analogico a favore di quello digitale con il relativo affermarsi di una strumentazione di ripresa sempre più maneggevole ed economicamente accessibile; così come lo è la crisi del racconto e della sua peculiare ricerca della verità artistica di contro all'intrattenimento quale obbiettivo strategico dell'attualmente imperante storytelling; e il dilagante prevalere dell'informazione a sostituire la narrazione (i cui prodromi erano già stati segnalati da Walter Benjamin) – con la sempre più ricorrente con-fusione tra le due forme e il conseguente degrado della prima in una sorta di ingannevole autopromozione di fatto trasposta in strumentale autodistruzione. Di tutta questa complessità culturale, delle sue origine tecnologiche e delle sue conseguenze socio-antropologiche Ferrario tira le fila nel suo saggio, senza perderne il controllo e mostrandocene dinamicamente la profondità.