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Del quintetto di grandi giallisti americani emersi tra gli anni '80 e '90, che han fatto della rilettura della storia e delle contraddizioni della società USA il territorio necessario e fertile per la loro scrittura, spesso saccheggiati dal miglior cinema poliziesco (gli altri sono Dennis Lehane, James Ellroy, Jeffery Deaver  e saltuariamente lo svariante tra i generi Joe R. Landsdale), Don Winslow (New York, classe 1953) è il più politicamente impegnato, tanto da aver annunciato il suo pensionamento da creatore di crime story per dedicarsi totalmente alla causa democratica e progressista, segnatamente anti-trumpiana, producendo e organizzando video e film: “Volevo combattere. Non volevo scrivere un necrologio romanzesco sull’America che perde la democrazia”.

Intanto è appena uscito un altro dei polizieschi tratti dalla sua produzione letteraria. Crime 101 – La strada del crimine, regia di Bart Layton (L'impostore), 135 minuti con Chris Hemsworth e Mark Ruffalo, bandito e poliziotto, ligio alle regole e al suo senso etico della misura il primo, sentimentalmente alla deriva, disordinato ma intuitivo sino alla imprevedibilità il secondo. Il racconto, meglio: il romanzo breve, lo possiamo recuperare nella traduzione di Alfredo Colitto (citazione doverosa per la ricchezza e precisione delle sue versioni in italiano da quello che è un vero maestro di stile applicato al genere) in Broken, raccolta di sei racconti pubblicata da Harper & Collins e ora rieditata (inevitabile furbizia) con il titolo appunto di  Crime 101. La strada del crimine.

Come tanti giallisti, anche Winslow ha il suo bel curriculum di lavori vari prima di approdare al “professionismo” dello scrittore che vive di penna: è stato investigatore privato (come Hammett), consulente di studi legali, guida in safari (!!!), attore, regista... ha scritto nel 1991 il suo primo romanzo, London Underground (e primo capitolo della gustosa serie di Neal Carey, quella più leggermente frizzante e comedy) per un totale di 26, più la citata raccolta di racconti e un testo sul Vietnam non fiction assieme a Peter Maslowski, Looking for a Hero.

Al momento sono tre le versioni su schermo dalle sue opere. Oltre alla recentissima citata, anche Bobby Z – Il signore della droga (2007) regia di John Herzfeld, con Paul Walker, e il famoso e rutilante Le belve (2012) di Oliver Stone, da lui anche cosceneggiato. In compenso sono tanti i progetti annunciati (più quelli “abortiti” vedi ad esempio il Satori con Leo DiCaprio previsto nell'allora 2014): De Niro ha acquistato i diritti dello splendido L'inverno di Frankie Machine, così come è annunciato l'inizio di lavorazione di The Force (alias Corruzione). Per non parlare di quello che forse resta il suo capolavoro, la “Trilogia del Cartello” (Il potere del cane, Il cartello, Il confine), sulla guerra della droga tra potere Usa (spesso e volentieri corrotto, tra le varie forze di polizia, carceri e politici) e gli spietati mercanti di droga messicani organizzati in varie fazioni in lotta tra loro. Tre testi avvincenti e intricati, di scorrevole scrittura, con varie storie che si intrecciano attorno al protagonista Art Keller, della DEA. Una serie di cui si vocifera da anni che verrà tradotta in film, tre romanzi complessi ma di stile limpido e acuminato che ricorda un po' (giusto per dare un'idea) il Cormac McCarthy ispirato, secco e romantico degli anni della sua scoperta.

Winslow è un formidabile creatore di anti-eroi libertari, con alle spalle magari riletture di moods chandleriani o pynchoniani (almeno come lo utilizza il cinema), dal surfista ex poliziotto Boon Daniels (La pattuglia dell'alba e L'ora dei gentiluomini), al trio tecno hippie di coltivatori di super marihuana (Le belve e I re del mondo), allo studente di letteratura Neal Carey e poi detective al servizio di un capo con un braccio solo (cinque romanzi), al tormentato criminale con senso dell'amicizia Danny Ryan che da “operaio” della mafia irlandese diventa un magnate di Las Vegas (praticamente l'ultima sua creatura, dal 2022 al 2024: Città in fiamme, Città di sogni, Città in rovine).

Insomma, le contraddizioni dell'America raccontate dall'interno, dove si intersecano crimine ed eroismo, demonio e santità, mediocrità e purezze d'animo, senza il pessimismo cinico e i barocchismi di un Ellroy. Se si dovesse chiosare con una semplice icastica frase la sua Arte (lo ribadiamo, per noi è uno dei grandi della letteratura americana contemporanea), useremmo, congedandoci, le parole di un critico del Financial Times: “Un agghiacciante corso intensivo sulle frontiere del crimine”.