Jon Favreau

Star Wars: The Mandalorian and Grogu

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Nello spin-off molto cinematografico che Jon Favreau scrive, produce e dirige, agganciandosi alla rinnovata vena seriale The Mandalorian ugualmente sua, quale co-regista e ideatore per la piattaforma disneyana, i conti tornano anche se lo spettatore di qualsiasi età convocato ignora ogni altro tassello del puzzle bellico-interstellare in costante crescita esponenziale da quasi mezzo secolo, a livello geopolitico, produttivo e creativo. Con o senza la cognizione di causa cinquantennale The Mandalorian and Grogu si comprende meglio per quello che è possibilmente meglio sgombrando il campo dalle connessioni intermedie. Con due opzioni.

C’è un film numero, prevalente, agguerrito in tutti i sensi che riflette l’esistente in cui nessuna soluzione internazionale è data in assenza di una guerra “necessaria” volta ad eradicare ovunque si annidi il nemico della Repubblica, a maggior (s)ragione dopo la sua istituzione sulle ceneri dell’Impero. E non con qualsiasi mezzo, magari diplomatico, bensì con le sole armi e i “top gun” mandaloriani di turno, con l’ausilio quindi di mercenari o di risolutivi bombardamenti a tappeto finali, cui manca soltanto la Cavalcata delle Valchirie in sottofondo. Pertanto i cattivi-cattivi tramano nell’ombra per conto dell’Impero e i buoni-buoni militano per la Repubblica, a conferma dell’assunto del remoto Guerre stellari dove la proclamazione dei vincitori ribelli e proto-repubblicani, sotto l’egida della principessa Leila, avveniva omaggiando lo stile scenografico-compositivo del nazismo celebrato e filmato da Leni Riefenstahl con Il trionfo della volontà. In The Mandaloriand and Grogu la falsa bandiera/premessa femminile, cioè militarista e di base maschilista, è mantenuta dall’interprete Sigurney Weaver, la quale ha guadagnato sul campo i gradi di colonnello dai tempi di Alien, quindi nel 1979, con l’ondata femminista ancora molto forte, dove indossava la divisa spaziale dell’ex ufficiale rigorosamente donna che riusciva, quale unica superstite dell’equipaggio, a sconfiggere l’extraterrestre ostile ed omicida scacciandolo dall’astronave e ammazzandolo. The Mandaloriand and Grogu segna l’apoteosi strategico della guerra a oltranza, nella disponibilità mistica ed etica di una Repubblica tutt’altro che galattica, se a livello internazionale risulta alquanto riconoscibile.

Ma Jon Favreau merita benevolenza, specialmente per Chef, poiché capace di conciliare il profitto con l’ispirazione, alternare il piccolo progetto con il campione d’incassi prescritto, la personalità con lo storytelling, la memoria dell’analogico con il paradigma dominante digitale. Ed ecco un’ipotesi minoritaria di lettura alternativa, schiacciata dal film effettivo: il film numero due, come premio di consolazione, consisterebbe, al netto della carenza di scusanti sul piano ideologico, in un esperimento, evidente sin dal manifesto, completamente nostalgico, dove l’effetto “vintage” deriva dall’accumulo forsennato di stupende e variegate creature mostruose, sulla falsariga avventurosa della suggestiva animazione dal vivo di Ray Harryhausen. 

L’attuale appello guerrafondaio esteso alle nuove generazioni (presto l’innocente e infantile Grogu crescerà e nella sua “saggia” e plurisecolare esistenza si armerà fino ai denti), si stempera occasionalmente nelle opache pieghe morali, suburbane e noir capitanato dalla scimmietta logorroica, pavida e iperattiva, dotata di più arti superiori coordinati: a doppiarla, quale esemplare non evoluto ma intelligente, del post-umano, è l’allusivo Martin Scorsese, il quale non avallando il modello corrente di film avrà accettato di buon grado di figurare per ricambiare la cortesia di Favreau nel cast di Wolf of Wall Street. Non resta quindi che accontentarsi, alla maniera di Scorsese, del Favreau che ha sposato la veste di alfiere del ponte tra Marvel Cinematic Universe e Star Wars egemonizzato dal marchio Disney.

L’etica nonviolenta dei ronin cari ad Akira Kurosawa è scomparsa, assieme al dialogo multietnico delle specie aliene ereditate da Star Trek. Nemmeno il patron degli attuali The Mandalorian e The Mandlorian and Grogu, ignorando di proposito la matrice pacifista coerente con gli anni Sessanta dell’interculturalità vigente sull’Enterprise, rinuncia al concetto di “Star”, sostituendo quello di “Trek” con “Wars”, per conformare le “stelle” (e strisce) alla guerra. Concorre così a quella dissimulazione “galattica” che ha preso piede dalla seconda metà del decennio successivo proprio con Guerre stellari, ora Episodio IV, motivata dall’indicibilità della prassi bellica nella breve stagione post-Vietnam. L’adozione prudente della dislocazione lessicale della belligeranza perpetua il comodo e pretestuoso altrove fantascientifico, sebbene negli ultimi anni non ci sia più bisogno di maschere e caschi metallici, armature e pupazzi: bastano e avanzano i pazzi e i pupazzi dei pazzi, in circolazione nello scacchiere mondiale puntellato da conflitti concatenati alle indicative saghe trasversali smistate tra grande e piccolo schermo.

Foto: Star Wars: The Mandalorian and Grogu (2026) © 2026 The Walt Disney Company Italia All Rights Reserved.

Star Wars: The Mandalorian and Grogu
Stati Uniti, 2026, 132'
Titolo originale:
The Mandalorian and Grogu
Regia:
Jon Favreau
Sceneggiatura:
Jon Favreau, Dave Filoni, Noah Kloor
Fotografia:
David Klein
Montaggio:
Dylan Firshein, Rachel Goodlett Katz
Musica:
Ludwig Göransson
Cast:
Pedro Pascal, Brendan Wayne, Sigourney Weaver
Produzione:
LucasFilm, Golem Creations, Ian Bryce Productions
Distribuzione:
The Walt Disney Company Italia

Un cacciatore di taglie solitario in fuga protegge un ambito bambino alieno mentre sfugge alla cattura in una galassia pericolosa e senza legge.

Foto: Star Wars: The Mandalorian and Grogu (2026) © 2026 The Walt Disney Company Italia All Rights Reserved.

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