Tradotto in italiano, il titolo vuole dire “stupidaggine” (ma in gergo dello spettacolo è anche una sorta di meccanismo usato da showmen ed entertainer per provocare la prevista risposta del pubblico). Ed è quello che commenta l'incauto americano Ohm Bauman, autore della fortunata saga della “trilogia del conquistatore”, quando gli dicono che, nell'irlandesissimo e tipico hotel arroccato nel cuore dei boschi, una camera maledetta, la Honeymoon Suite, è chiusa da anni mentre impazzano al riguardo racconti di streghe e fatti nefasti.
In difficoltà per dare degno epilogo al suo lavoro, lo scrittore ha trasvolato l'oceano perché è lì che vuole disperdere le ceneri dei suoi genitori, morti in cruente circostanze, sotto quella gigantesca conifera in cui la madre si è fatta fotografare.

Non siamo temporalmente lontani da Halloween e tra inquietanti personaggi, atmosfere sovraccariche di drammatica suspence, apparizioni non si sa quanto frutto della mente allucinata di Ohm, pozioni liquorose con funghi tossici, la situazione scivola presto in un precipizio sempre più spaventoso e sanguinoso, soprattutto dopo la scomparsa della inserviente Fiona che lo ha salvato da una pericolosissima e autodistruttiva situazione.
Darmian McCarthy è un 45enne cineasta irlandese che si sta specializzando in horror di rara eleganza e preziosità visuale. Dopo Caveat (2020) e Oddity (2024), con Hokum, prodotto dagli esperti “nel settore” Roy Lee e Steven Schneider, realizza un divertissement di quelli che non passano inosservati anche nel circo degli horror movie, sempre effervescente in particolare in estate.

In bilico tra il sovrannaturale e il rompicapo criminale, il racconto si apprezza per la psicologia dei personaggi mai esasperati oltre il dovuto e l'intelligenza dei dettagli, non solo ripescati nel “normale” bric a brac del filone, vedi il rimando anche visivo e simbolico al cerchio che non deve essere interrotto, tra incrostazioni nel deserto, impronte lasciate sul tavolo dal bicchiere e tracciati di protezione con il gessetto. Senza contare qualche colpo di virtuosismo narrativo che non passa inosservato, come la dissolvenza che copre qualche mese di degenza d'ospedale prima del ritorno all'hotel.
Nella vivace caratterizzazione del cast, spicca quasi l'anonima ambiguità del protagonista, Adam Scott (sicurissimi che al comparire direte: ma dove l'ho già visto?). Nonostante sia un ottimo attore drammatico, con tanto di riconoscimenti per la sua attività soprattutto tv (un Webby Award, un Critics Choice Television e un Afi Award per la fortunata serie Severance), il 53enne californiano si è andato specializzando, divertendosi, su grande schermo in action e horror di successo (Madame Webb, 2024, The Monkey, 2025, L'uomo dei sussurri, 2026).

Le splendide scene (herzoghiane?) che illustrano le pagine del libro che Ohm sta scrivendo, sono state girate nel deserto di Abu Dhabi, di sabbia giallastra e finissima, mentre l'Irlanda non poteva che essere immortalata girando nei dintorni di Cork.
A proposito della seconda città per popolazione dell'Eire: non sfugga la magnificenza del canto sui titoli di coda, si chiama I'm Going Home, è un inno ed è eseguito in tutta la sua potenza da un coro dei Cork Sacred Harp Singers, mentre la struggente Oft in the Stilly Night è un traditional (autore il poeta nordirlandese Thomas Moore) qui nella versione di John McCormack.
Stills: Hokum (2026) © 2026 Lucky Red Pictures All Rights Reserved
Uno scrittore horror visita una locanda irlandese per spargere le ceneri dei suoi genitori, ignaro che si dice che la proprietà sia infestata da una strega.
Locandina: Hokum (2026) © 2026 Lucky Red Pictures All Rights Reserved