Concorso

NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor

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Nezek Agavi, danno collaterale, in acronimo, NAZA. Così sono categorizzate - disumanizzate - dall’esercito israeliano le decine di migliaia di civili morti negli attacchi sistematici contro i palestinesi a Gaza, prima e dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi di No Other Land, documentario girato nella Cisgiordania assediata dai coloni e premiato con l’Oscar, sotto lo stimolo produttivo di Jonathan Glazer, autore de La zona di interesse, mettono in sequenza, secondo un crescendo drammaturgico a suo modo “didattico”, le testimonianze di chi, per rendere possibile quegli attacchi, elabora l’intelligence, di chi programma l’algoritmo, di chi manovra i droni da remoto, di chi spara da vicino sulla folla affamata, di chi, intorno al primo ministro Nethanyahu, attiva le strategie di autodifesa e autoassoluzione di un apparato che agisce esattamente secondo i medesimi principi enunciati dallo stesso Bibi in una celebre presentazione del proprio volume Terrorism. How The West Can Win: il terrorismo è “il ricorso sistematico e deliberato alla violenza contro i civili per fini politici”. Every accusation is a confession.

È una lezione di anatomia, NAZA, la ricognizione dell’anatomia di un genocidio, dove ognuna delle sezioni è parte organica di un corpo che che vampirizza la società dello Stato ebraico e annienta negandola quella dello Stato palestinese.

Sui tetti di Tel Aviv, il volto in ombra e la voce camuffata, si avvicendano davanti a Abraham (in campo) e Szor (dietro la camera) ventiquattro testimoni: in 1 h e 20 minuti questi ufficiali e soldati sostanzialmente confermano, con una misura impietosamente pacata, quello che chi segue la situazione di Gaza e Cisgiordania senza i bias alimentati costantemente dal gaslighting sistematico della propaganda sionista già conosce: a Gaza è in corso un genocidio. Ma poiché il sistema di informazione tradizionale, le narrative ufficiali dribblano e deflettono di fronte a questo orrore con dei “se” e dei “ma” che intorbidano quello che è tragicamente cristallino, per gli autori, che fin dall’autunno 2023 hanno raccolto e pubblicato alcuni di questi interventi per «The Guardian», era necessario unire i puntini per far emergere con chiarezza il disegno, rivelare la gelida sistematicità dell’intervento, che emerge nell’architettura del montaggio e nei disegni quasi nevrotici che alcuni dei testimoni tracciano, e che precede di decenni il 7 ottobre.

Un inserto di repertorio illustra l’entusiasmo per l’arrivo delle linee telefoniche a Gaza: sarà dimostrato di lì a poco che quella tecnologia è il germe di un metodo di sorveglianza capillare che è poi l’impalcatura di un sistema per il quale nessuno nella striscia si sottrae, nessun civile perlomeno, al controllo e alla possibile eliminazione: un sistema che rivela quella intenzionalità nell’eliminazione dell’altro che è una delle marche inequivocabili del comportamento genocidario.

L’anonimato garantito alle fonti permette che questa intenzionalità del sistema emerga in una misura più evidente delle pulsioni e degli scrupoli dei singoli: Abraham e Szor non focalizzano il discorso sulle motivazioni personali dei testimoni, spesso inseguiti per anni, a volte giunti a loro perché palesemente in crisi di coscienza, altre volte più orgogliosamente allineati alla narrativa ufficiale israeliana, o perlomeno all’efficienza del metodo, lasciando ovviamente emergere, quando si apre la possibilità, le criticità di quella efficienza, come ad esempio quella di un algoritmo che rileva il lessico e non la sintassi in messaggi e telefonate, e la compresenza di “papà” e “casa” diventa una condanna a morte certa, se “papà” è considerato legato in qualche misura a Hamas. E nell’escalation post 7 ottobre un legame con Hamas è postulato a prescindere.

L’anonimato e la marginalizzazione delle motivazioni che hanno portato i singoli testimoni a parlare (non a confessarsi, la confessione prevede il pentimento, qui si percepisce tutt'al più smarrimento) consente lo spazio di massimo rispetto per le vittime, che vengono evocate e (quasi) mai mostrate,  alle quali viene restituita in assenza la dimensione umana, sottraendole all’aridità dell’acronimo dal quale il documentario prende il titolo. Vittime che sono fuori campo ma non fuori dal pensiero, come d’altra parte aveva dimostrato proprio Jonathan Glazer ne La zona di interesse.

Ecco che allora il posizionamento sui tetti di Tel Aviv, necessario proprio a garantire questo anonimato, genera quasi naturalmente uno sguardo speciale sulla città, ripresa rigorosamente di notte: una finestra sull’indifferenza, sull’allineamento alle versioni ufficiali che rimbalzano di appartamento in appartmento sugli schermi sempre accesi; brandelli di vita ordinaria e tranquilla, di una città che si sviluppa in una verticalità innaturale, sovrailluminata come la Metropolis langhiana, mentre se ne evoca una rasa al suolo a colpi di drone; di una capitale nata su una menzogna – il falso mito della terra nullius e della fondazione ex-nihilo è ovviamente sbugiardato con materiali di repertorio -, di una società costruita sulla negazione, sulla rimozione. È questa, oggi, la zona d’interesse, a 60 km dall’inferno in Terra; ci si può solo augurare che questo piccolo grande film che la descrive possa sopravvivere oltre i 25 minuti di applausi veneziani, entrare nei teatri e nelle case, e magari su quegli stessi schermi ingombrati fino ad oggi dalle sentinelle del sionismo. Never again is never again for everyone.