Con Marina Vlady scompare non soltanto una delle ultime protagoniste delle grandi stagioni delle coproduzioni cinematografiche fra Francia e Italia degli anni ‘50-’70 ma anche un’artista eclettica e poliforme e una militante progressista e femminista che non ha mai esitato a esporsi in prima persona per le cause civili o politiche in cui credeva.
Catherine Marina de Poliakoff, il suo vero nome, nacque il 10 maggio 1938 a Clichy-la-Garenne (Hauts-de-Seine), nella periferia nord-ovest di Parigi. I suoi genitori erano russi, immigrati in Francia da oltre vent’anni. Il padre, Vladimir de Poliakoff, era un cantante d’opera che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale; la madre, Militza Envald, una danzatrice russa di origine svedese. Entrambi avevano proseguito le rispettive carriere artistiche in Francia fino alla crisi del ‘29, che ebbe pesanti ripercussioni anche nel mondo dell’opera e della danza, tanto che il padre dovette impiegarsi come operaio in una fabbrica di Clichy.
Ebbero altre tre figlie, più grandi di Marina, tutte affermatesi nello spettacolo, grazie anche agli sforzi dei genitori: Olga (1928-2009), che con il nome di Olga Varen, divenne attrice e regista di televisione; Tatiana (1930-1980), che assunse lo pseudonimo di Odile Versois e diventò attrice, come Militza (1932-1988), che invece si diede il nome di Hélène Vallier.
Marina, che poi sceglierà il cognome “Vlady” in omaggio al padre, entrò giovanissima nella scuola di danza dell’Opéra ed esordì nel cinema a soli undici anni con il film Orage d'été (t.l. Temporale estivo, 1949) di Jean Gehret. La luminosa bellezza e dolcezza del suo viso, l’avvenenza dei suoi lineamenti “botticelliani, era dotata di una fotogenia irresistibile tanto che si moltiplicarono le proposte. Abbandonata la danza, divenne rapidamente un volto popolare, ma era ancora soprattutto una presenza decorativa. Ad appena quattordici anni interpretò già ruoli da protagonista anche in film italiani come Penne nere (1952) di Oreste Biancoli, dove recitò per la prima volta accanto a Marcello Mastroianni (che ritroverà in altri tre film fino al 1988) e Le infedeli (1953), un melodramma sentimentale, anomalo nella filmografia di Steno e Mario Monicelli. Tra i film che inanellò da giovanissima c’è una produzione Cines, Fanciulle di lusso (1952) di Bernard Vorhaus, che critica l'ipocrisia borghese. In quel film venne notata da Orson Welles, all’epoca residente in Italia, che le fece un provino per un film mai realizzato, Cinderella: avrebbe dovuto interpretare il ruolo di una giovane contadina che diventa una stella del cinema per poi rimetterci la vita.
Una diva adolescente, poi la “ragazza in vetrina” di Emmer e la principessa di Clèves
Il film che ne consacrò oltre alla popolarità anche il talento, fu Prima del diluvio (Avant le déluge, 1954) di André Cayatte, che privilegiava la dialettica fra giustizia e società e che in quel caso fu uno dei primi ad affrontare il tema scottante del collaborazionismo francese durante l’occupazione nazista. Prima del diluvio, infatti, sollevò un grande scalpore. L’interpretazione della Vlady - che impersonava una giovane liceale coinvolta, insieme ad altri coetanei, nella pianificazione di una rapina per procurarsi il denaro necessario a fuggire in un'isola del Pacifico, perché atterriti dall'incubo di un'imminente guerra nucleare e complici loro malgrado di un omicidio - fu insignita del prestigioso Premio Suzanne-Bianchetti, assegnato dalla critica e dalle istituzioni cinematografiche francesi alla giovane attrice rivelazione dell'anno. Ma molti anni dopo, nelle sue memorie, l’attrice confessò la propria inadeguatezza, soprattutto vocale, e riconobbe a Cayatte e al suo metodo inflessibile nella direzione degli attori il merito di averla plasmata come attrice.
Appena sedicenne e già consacrata “diva”, Vlady alternò con successo film in Francia e in Italia, dove interpretò una contadina della Ciociaria, ancora accanto a Mastroianni, in Giorni d'amore (1954) di Giuseppe De Santis e fu una delle ragazze sedotte da Gabriele Ferzetti ne Le avventure di Giacomo Casanova (1955) di Steno. Sempre nel 1955 incontrò l’attore e regista Robert Hossein che la sposò e ne valorizzò l’intensità espressiva e il carattere inquieto celato dietro un'apparenza fredda e impenetrabile, dirigendola in quattro film, tre noir atipici - Gli assassini vanno all’inferno (Les salauds vont en enfer, 1955), dall'opera teatrale di Frédéric Dard, Pardonnez nos offenses (t.l. Perdonate le nostre colpe, 1956), Nella notte cade il velo (Toi, le venin, 1958) – dove recitò con la sorella Odile Versois - e un film di spionaggio bellico - La notte delle spie (La Nuit des espions, 1959). In quello stesso periodo la Vlady interpretò uno dei suoi ruoli più congeniali e da lei più amati, La strega (La Sorcière, 1956) di André Michel, con Maurice Ronet, che mise in luce la sua spontanea carica di erotismo: “io ero davvero quella ragazza a sedici anni: libera, selvaggia, folle, forte, capace di fermare un cavallo al galoppo, di nuotare nuda nel lago. L'ho fatto. Era la purezza, la verginità, la selvatichezza” (dichiarerà in una delle non numerose interviste da lei rilasciate: Sous le signe de Tchekhov. Entretien avec Marina Vlady, di Michel Ciment e Christian Viviani, “Positif”, n. 711, maggio 2020).
Nel 1960 venne diretta da Luciano Emmer in uno dei film fondamentali della sua carriera, La ragazza in vetrina, “uno dei miei film preferiti. È un'opera politica straordinariamente forte sul piano sociale, un quadro critico della prostituzione”. L’attrice infuse al personaggio di Else una malinconia e una tristezza che lasciavano intuire la drammatica degradazione del suo vissuto. Subito dopo mutò radicalmente universo narrativo e fu la protagonista di La principessa di Clèves (La Princesse de Clèves, 1961) di Jean Delannoy, scritto da Jean Cocteau, dove, indossando gli splendidi costumi di Pierre Cardin, interpretò il personaggio del romanzo di Madame de La Fayette suggerendone con accenti misurati la vulnerabilità e la sofferenza per un amore impossibile. Il film riscosse un grande successo popolare in un periodo che coincideva, già da un paio d’anni, con l’esplosione della Nouvelle Vague, fenomeno cui la ventitreenne Marina Vlady, come altri attori e attrici della sua generazione, rimase paradossalmente estranea, tanto che, dopo Delannoy, verrà diretta da altri cineasti della “vecchia” generazione, italiani – come Alberto Lattuada ne La steppa (1961) dove era la contessa Dranitsky di Čechov – e francesi, ingiustamente denigrati dai “giovani turchi”, come Claude Autant-Lara per il noir L'omicida (Le Meurtrier, 1962), da Patricia Highsmith e Christian-Jaque per Il delitto Dupré (Les Bonnes causes, 1963). La sua soave leggerezza venne messa brillantemente in luce dal sottovalutato Michel Deville, che la diresse in tre commedie, Le bugie nel mio letto (Adorable menteuse, 1962), il televisivo Les Petites Demoiselles (1964) e Il ladro della Gioconda (On a volé la Joconde, 1966). Ma la sua “leggerezza” nascondeva un temperamento deciso: nel febbraio 1962 prese parte alle manifestazioni contro l'OAS (l’organizzazione paramilitare e clandestina francese di estrema destra che voleva impedire l'indipendenza dell'Algeria) e nascose nella propria casa Francis Jeanson, militante del FLN (il Fronte per la liberazione dell’Algeria dal giogo coloniale francese).
L’ambiguità dell’Ape Regina di Ferreri e la casalinga-prostituta brechtiana di Godard
Nella carriera di Marina Vlady fu fondamentale il sesto film di un giovane regista italiano, Marco Ferreri, Una storia moderna – L’ape regina (1963), accanto a Ugo Tognazzi: sarà uno dei ruoli più belli della sua carriera, una donna dalla profonda e irresistibile sensualità che consuma il marito con la sua voracità erotica, un personaggio al tempo stesso di sfuggente ambiguità e di conturbante carnalità. Il film provocò scandalo in Italia ma riscosse anche un grande successo di pubblico, come era stato il caso anche di La strega di Michel in Russia, tanto che l’attrice, molti anni dopo, riterrà quei due ruoli, insieme a quello del film di Delannoy, come le tre interpretazioni più fortunate nei tre paesi più legati alla sua carriera e alla sua vita: “Per i russi io sono la strega, per i francesi sono la principessa di Clèves. E per gli italiani sono l'Ape Regina”.
Dopo Ferreri, venne finalmente diretta da Welles, sia pure nel ruolo secondario di Kate Percy, nello shakespeariano Falstaff (Campanadas de medianoche, 1965). Nello stesso periodo, ebbe una isolata esperienza teatrale ne Les Trois Sœurs di Čechov, diretto da André Barsacq, quindi interpretò una commedia all’italiana con Ugo Tognazzi, Una moglie americana (1965) di Gian Luigi Polidoro e un thriller prodotto sulla scia di James Bond, OSS 117 a Tokio si muore (Atout coeur à Tokyo pour O.S.S. 117, 1966) di Michel Boisrond. Questi film chiusero il periodo “divistico” di Marina Vlady, perché in seguito preferì privilegiare il cinema d’autore, anche se di scarsa eco commerciale, come nel caso di Mona, l'étoile sans nom / Steaua fara nume (t.l. Mona, la stella senza nome, 1966), coproduzione franco-rumena di Henri Colpi. La stampa francese elogiò la dolcezza e sincerità che la Vlady seppe infondere al personaggio e ne apprezzò la capacità di far emergere un'immediata umanità, interpretando con estrema naturalezza lo stupore di una donna di mondo che riscopre la purezza delle cose semplici. Nel 1967 fu finalmente diretta da un autore della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard che, senza fornirle né una sceneggiatura né molte spiegazioni, le offrì uno dei suoi ruoli più belli in Due o tre cose che so di lei (2 ou 3 choses que je sais d'elle, 1967): una giovane madre di famiglia piccolo-borghese che pur di garantirsi un certo tenore di vita, non disdegna di prostituirsi. Era un caustico paradosso sull’alienazione del ceto medio, soggiogato dalle sirene del consumismo. Se il rapporto con Godard sul set fu pessimo, nel film la Vlady rese perfettamente lo straniamento brechtiano voluto dall’autore: l’attrice non "interpretava" una casalinga che si prostituiva occasionalmente, ma evocava il personaggio da una distanza esterna, con una freddezza illuminata da un misterioso magnetismo e da una disinvolta naturalezza nel calare, con la sua voce, i concetti filosofici di Godard in una dimensione quotidiana e tangibile. Il film di Godard, com’era prevedibile, ebbe un successo circoscritto alle sale d’essai e la sua uscita precedette di un anno l’iscrizione dell’attrice al Partito Comunista. In quegli anni, la Vlady si affermò anche come cantante, un’attività artistica che continuerà fino al 1981: tra il 1967 e il 1968, insieme alle sorelle, con il nome d’arte «Les Sœurs Poliakoff», incise due dischi di canzoni ispirate al folklore e alla tradizione russa e ottenne il Gran Premio Internazionale del Disco Charles-Cros. Nel 1973 incise da solista, tra gli altri brani, Le Voleur de chevaux, che riscosse un notevole successo.
L’attrice, dopo la fine di un secondo matrimonio, conobbe nel 1968 il cantautore, poeta e dissidente russo Vladimir Semënovič Vysockij, oggetto di un ostracismo sistematico da parte del regime sovietico. La Vlady lo sposò nel 1969 e, da quel momento, visse in Russia per otto mesi l'anno. In URSS recitò in uno dei film da lei più amati, Sjužet dlja nebol'šogo rasskaza (t.l. Trama per un racconto breve, 1969) di Sergej Iosifovič Jutkevič, sul tormentato legame sentimentale e intellettuale tra Anton Čechov (Nikolaj Grin'ko) e la cantante Lika Mizinova (Vlady), ispiratrice del personaggio di Nina ne Il gabbiano, di cui l’attrice rese la complessità psicologica, ferita dall'incapacità dello scrittore di abbandonarsi all'amore.

Caratterista per il cinema d’autore e scrittrice
Dopo questo film venne esclusa per dodici anni da qualsiasi produzione sovietica a causa delle idee politiche del marito. Nel 1969, dopo due anni di lontananza dal cinema, fu la protagonista di Le Temps de vivre (t.l. Il tempo di vivere), film di denuncia delle condizioni di vita della classe operaia diretto da un regista che bisognerebbe riscoprire, Bernard Paul (1930-1980). L’attrice dichiarerà: «Ho continuato a frequentare Bernard Paul, Françoise Arnoul e tutti gli altri membri di questa splendida squadra. Molti di loro sono diventati famosi: Corneau e Tavernier come registi, mentre Moustaki, per molti anni, ha aperto i suoi concerti con la canzone Le Temps de Vivre», che è anche la musica del film.
Un altro incontro importante fu quello con il Maestro ungherese Miklós Jancsó che la diresse in Scirocco d'inverno (Sirokkó, 1969). Incarnando il personaggio di Maria, Vlady portò nel film una forte carica di mistero ed erotismo sotterraneo e la sua recitazione era basata sulla pura, ieratica presenza scenica, priva di psicologismi ma densa di fascino ambiguo. La critica apprezzò il fatto che un’attrice della sua fama accettasse di "scomparire" dentro un'opera così difficile e stilizzata. Diede un’altra prova del proprio impegno quando si schierò a favore del femminismo, firmando il manifesto delle 343 donne per il diritto all'aborto, pubblicato su “Le Nouvel Observateur” il 5 aprile 1971. Nel 1972 aderì al feroce film satirico sulle mistificazioni radiofoniche, un grande successo di pubblico dell’epoca, diretto e interpretato da Jean Yanne: Questo nostro simpatico mondo di pazzi (Tout le monde il est beau, tout le monde il est gentil), dove impersonò una signora dell’alta borghesia parigina, madame Thulle, moglie del presidente cinico e ipocrita, interpretato da Bernard Blier.
Il percorso dell’attrice imboccò all’inizio degli anni Settanta una strada più orgogliosamente indipendente rispetto al passato: accettò sempre più spesso ruoli secondari (come nell’episodio Il prete di Contestazione generale, 1970, di Luigi Zampa, accanto a Alberto Sordi) e continuò a privilegiare il cinema d’autore, interpretando Che la festa cominci... (Que la fête commence…, 1975) di Bertrand Tavernier, dove era Marie-Madeleine de la Vieuville, marchesa di Parabère, la favorita del Reggente Filippo d'Orléans (Philippe Noiret), cui conferì una malizia spregiudicata, e I baroni della medicina (7 morts sur ordonnance, 1975) di Jacques Rouffio, dove era la moglie affettuosa del dottor Pierre Losseray (Michel Piccoli) in un ricco cast che comprendeva anche Gérard Depardieu, Jane Birkin, Charles Vanel e Michel Auclair.
Ritrovò un ruolo da protagonista nel film franco-ungherese Ök ketten (t.l. Loro due, 1977) di Márta Mészáros, l’unico dove recitò accanto al marito Vysockij (che ha un piccolo cammeo), dando prova di intenso realismo espressivo e di delicatezza nel disegnare l'evoluzione del suo personaggio, una donna inizialmente convinta di vivere un matrimonio perfetto, che scopre le proprie fragilità e la propria volontà di indipendenza aiutando una ragazza più giovane (Lili Monori) a sfuggire da un marito alcolizzato. Gli apprezzamenti della critica, che sottolineò il valore della sua interpretazione, non bastarono a rilanciare la sua carriera cinematografica: arrivata a quarant’anni, un’età in cui molte attrici continuavano (e continuano) a interpretare ruoli da protagonista, Marina Vlady divenne una caratterista che interpreta film in geografie diverse: oltre alla Francia l’Argentina – il bellissimo Tangos - L'exil de Gardel (Tangos - El exilio de Gardel, 1985) di Fernando Solanas, dove è la dolce Florence, una parigina che accoglie con solidarietà i profughi fuggiti dalla dittatura argentina; la Cecoslovacchia - Bis später, ich muss mich erschiessen (t.l. Ci vediamo più tardi, devo spararmi, 1984) di Vojtěch Jasný -; la Grecia - Bordelo (1985) di Níkos Koúndouros -; la Russia - Piouchtchie krov (t.l. Sangue che ribolle, 1991) di Ievgueni Tatarski, O-roshiya-koku suimu-dan (t.l. Immersione subacquea a Oroshiyakoku, 1992) di Jun'ya Satō, dove incarna Caterina la Grande -.
Ebbe ancora delle significative occasioni in Italia, dove recitò nel fortunatissimo ma grossolano Il malato immaginario (1979), adattamento romanesco da Molière di Tonino Cervi, nel ruolo della consorte parassita di Sordi/Argante, ne L’iniziazione (Les Exploits d'un jeune Don Juan, 1986), da Apollinaire, di Gianfranco Mingozzi e soprattutto nell’audace Il sapore del grano (1986), terzo e ultimo lungometraggio del regista veneziano Gianni Da Campo, dove interpretò una severa, dura donna della campagna veneta, matrigna dell’adolescente Duilio, la prima a intuire che si è innamorato del suo professore, in Una casa in bilico (1987) di Antonietta De Lillo e Giorgio Magliulo, dove impersonò con grazia, sensibilità e malinconia Maria, una donna di origine russa, costantemente impegnata ad aiutare i propri connazionali immigrati a Roma, che accetta di convivere in un appartamento romano insieme a due attempati amici (Luigi Pistilli e Riccardo Cucciolla) e nell’omaggio alla magia del cinema evocata da Ettore Scola in Splendor (1989), dove ritrovò per l’ultima volta Mastroianni.
Dalla fine degli anni Settanta, iniziò un’intensa attività di scrittrice e nell’arco di trent’anni pubblicò oltre una dozzina di libri, fra cui spiccano Vladimir ou le vol arrêté (Fayard, 1987, edito in Italia da Marsilio con il titolo Vladimir. Il volo interrotto e poi da Aliberti nel 2024 come Vladimir. Il volo spezzato), dove racconta l’appassionata e tragica storia d'amore vissuta con Vysockij, una lucida descrizione della travagliata realtà artistica e quotidiana dell'Unione Sovietica nell'era brezneviana,
e l’autobiografico Ma cerisaie (Fayard, 2001) dove mescola la storia della sua famiglia ai personaggi di Čechov. In quello stesso periodo intensificò l’attività televisiva, interpretando, tra gli altri, la regina Maria-Antonietta in La Nuit de l'été (t.l. La notte d’estate, 1979) di Jean-Claude Brialy e poi Le Roman du samedi - L'Agent secret (t.l. Il romanzo del sabato – L’agente segreto, 1981) di Marcel Camus, da Joseph Conrad, Lorelei (1982) di Jacques Doniol-Valcroze, I segreti della contessa di Cadignan (Les Secrets de la princesse de Cadignan, 1982) di Jacques Deray, adattamento da Balzac di Jean-Claude Carrière, le miniserie Condorcet (1989) di Michel Soutter, Resurrezione (2001) di Paolo e Vittorio Taviani, da Tolstoj, dove impersonò la zia duchessa, e Tu vivras ma fille (t.l. Tu vivrai, figlia mia, 2018) di Gabriel Aghion.
Nel 1980 era prematuramente scomparso Vysockij e Vlady si legò per ventitré anni al rinomato oncologo Léon Schwartzenberg (che fu anche ministro nel 1988), fino alla sua morte avvenuta nel 2003.
Negli anni Novanta, recitò spesso a teatro, in particolare in Sarcophagus (1992) di Vladimir Gubariev, messo in scena da Jean-Luc Tardieu, La Source bleue (1994) de Pierre Laville, per la regia di Brialy e La Cerisaie (1999) di Čechov, diretto da Georges Wilson. Nel 1994 fu insignita dell’onorificenza di Commandeur de l'ordre des Arts et des Lettres.
Nel 2006 rese omaggio a Vysockij in un recital, Vladimir ou le vol arrêté, tratto dal suo libro, messo in scena al théâtre des Bouffes-du-Nord da Jean-Luc Tardieu, che lo riallestirà al Teatro Meyerhold di Mosca nel 2009.
Nel 2010, dopo tredici anni di assenza dal cinema, ritornò in Quelques jours de répit, diretto e interpretato dall’algerino Amor Hakkar, che fu anche il suo ultimo ruolo per il grande schermo. Infuse una carica profonda di umanità al personaggio principale femminile, Yolande, una donna anziana che non si aspetta più nulla dalla vita ma riscopre la solidarietà aiutando due giovani, fuggiti dall’Iran perché omosessuali. Nel 2022 condannò risolutamente l'invasione russa dell'Ucraina voluta da Vladimir Putin e dal suo regime.
Marina Vlady è morta il 24 settembre 2026 «a casa sua, circondata dai suoi cari e dai suoi animali», hanno precisato in un comunicato i suoi figli, che hanno reso omaggio a «una vita lunga, bella e piena».
