Robert Duvall, il re dei caratteristi

focus top image

Lo so, definire così uno come Robert Duvall (1931-2026), uno che ha vinto 1 Oscar (Tender Mercies), più 6 candidature Academy, 4 Golden Globe e 2 Emmy, potrebbe suonare irriverente e magari sminuente. Ma qui il ruolo non coincide con la qualità, anzi spesso quelli che stavano più in disparte, in secondo piano o coprotagonisti, erano/sono infinitamente più bravi delle cosiddette stelle da botteghino. D'altronde era lo stesso attore che lo ribadiva a ogni intervista: “mi sono sempre considerato un attore caratterista”. Aggiungendo: “cerco sempre di essere versatile, per mostrare i diversi lati dell'esperienza umana”. E in altre occasioni: “Essere una star è il sogno di un agente, non di un attore”.

Nato a San Diego, figlio di un ammiraglio e discendente per parte di madre del generale sudista Lee, in quasi 90 interpretazioni su schermo, più di 40 per la tv, 5 regie, 12 produzioni, 4 sceneggiature e tantissimo teatro specie in gioventù dove lavorò spesso con Ulu Grosbard, uno dei suoi registi “del cuore” (tra cui la sua performance più ricordata in Uno sguardo dal ponte nel 1957 e poi ripresa nella stagione 1965-66), Robert Duvall non ha mai derogato dal suo “principio di versatilità” e dal naturalismo (con qualche tic espressivo, nell'ammicco e nel sorriso) delle sue interpretazioni. Ha studiato, lui californiano e dopo la Guerra di Corea, alla Playhouse di New York, avendo come compagni di classe Dustin Hoffman, Gene Hackman e James Caan, amici prima che colleghi, una generazione di talenti radunati come raramente si è visto tra le aule.

Esordì sullo schermo facendo il muto demente nell'indimenticabile Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan nel 1962, e dopo aver lavorato con Coppola (gli sarà molto utile!) in Non torno a casa stasera (1969), si fece notare nell'ingrato ruolo del cupo e stizzoso maggiore Burns in MASH di Altman (1970), perfetto odioso contraltare all'interno della allegramente feroce demistificazione della retorica del film bellico. Lo stesso anno ecco un primo film come protagonista, nello sperimentale L'uomo che fuggì dal futuro esordio di George Lucas.

Cupo, severo, lucidissimo, con raramente accennato quel ghigno trasversale che ne tagliava il viso, nei '70 avvenne la sua consacrazione nel ribelle cinema Usa che stava dando l'assalto al cielo di Hollywood. ‘Consigliori’ “non italiano” in Il Padrino (con candidatura agli Oscar nel 1972) e ne Il Padrino parte II (1974, mancò il terzo capitolo per qualche sgarbo anche di tipo economico), Coppola gli “regalò” il ruolo del colonnello Kilgore, fanatico del surf e tracotante che lui, in poche scene di Apocalypse Now, rese memorabile (ricordate? “Mi piace l'odore del Napalm al mattino”), con inevitabile seconda candidatura agli Oscar nel 1979.

Fu con Killer Elite di Peckinpah (1975) che rivelò anche la sua capacità di evidenziare (e senza enfatizzare) quel cinismo sardonico che gli servì spesso nei suoi ruoli da “villain”. Ancora con un eroe problematico della Guerra di Corea, Il grande Santini, 1979, ottiene la sua terza candidatura agli Academy Award e l'anno dopo, ansioso di misurarsi con Robert De Niro, lavorò per Ulu Grosbard in L'assoluzione (1981): erano due fratelli, uno prete l'altro poliziotto alle prese con il caso di una prostituta fatta a pezzi (ricordate la “Dahlia Nera”?). Dovette rimandare solo di tre anni l'appuntamento con la sfuggente statuetta, finalmente sua, nei panni di un cantante country alcolizzato e dalla vita disastrata nel citato Tender Mercies.

Dopo il decennio prodigioso, Duvall si mantenne a livelli alti persino quando accettava ruoli commerciali, diciamo così. Tra i più riusciti Il migliore (1984), Colors – Colori di guerra (1988), più una incursione nel dramma comedy sudista, Rosa scompiglio e i suoi amanti, 1990, dove mostrava di aver affinato ancor più quelle irresistibili venature ironiche, da personaggio maturo dalla saggezza conservatrice e disincantata (un ruolo che doveva stargli particolarmente congeniale, viste le sue simpatie repubblicane molto tradizionaliste).

La sua tavolozza si era decisamente arricchita oltre i limiti di quella bastante al destino di un Actor non Star. Nel 1997 diresse anche il suo terzo film (dopo un documentario nel 1977, We're Not  the Jet Set, e Angelo, amore mio, 1983, fatto per prendere quasi la mano): il curioso e notevole L'apostolo (1997, quarta nomination), tutto pensato, scritto, diretto e interpretato da lui, un altro viaggio nel contraddittorio cuore della profonda America country, nei panni di un predicatore in cui il fanatismo convive con la forza di volontà.

L'anno dopo, uno dei suoi vertici. In A Civil Action di Steve Zaillan, Duvall colorò in maniera emozionante quello che è un personaggio secondario nella trama, un Principe del Foro al servizio di una società responsabile di gravi storture ecologiche, sino ad avvelenare una comunità del Massachusetts. Rimasto probabilmente affascinato, il regista (era lo sceneggiatore di Schindler's List e poi lo sarà di Gangs of New York) lo lasciò lavorare in una lunga scena, una speciale pausa pranzo in solitaria: sceso negli archivi, appoggiato a uno sgangherato tavolino, con uno sbrodoloso panino in carta oleata e una vecchia radiolina tenuta insieme con gli elastici, il ricchissimo e potente Jerome Facher/Duvall si gode la radiocronaca di un incontro di baseball. Quasi un memoir di un modo lontano di godere lo sport, l'ora del pranzo e anche la vita. Sublime. Infatti fu la quinta Nomination.

Voliamo via veloci, lo spazio stringe. Tra ancora tanti lavori, una sesta nomination per The Judge (2014) e altre due sue regie interessanti (Assassination Tango, 2002 con la futura quarta moglie Luciana Pedraza, e Cavalli selvaggi, 2015). Ma soprattutto lo vediamo ritornare/approdare al western da lui frequentato a inizio carriera. Prima in una miniserie da un gran libro di Larry McMurtry, Colomba solitaria, di Simon Wincer (1989), con il coprotagonista “Gus” McCrae, che Duvall dichiarò essere il suo personaggio preferito e amato; poi con Kevin Costner (anche regista), come lui profondamente pervaso di americanismo, filosofeggia, conduce mandrie e non disdegna la dura legge del vecchio west in Terra di confine - Open Range (2003). Infine nel 2006 rifulge in un'altra miniserie diretta da Walter Hill, Broken Trail, anche qui cowboy pervaso dal miglior spirito di giustizia e pragmatismo, acciaccato solo un po' dagli anni, uno di quegli eroi a luci e ombre del western quando sa essere grande e superare le retoriche del suo genere.

Presentato al Torino Film Festival, schietto e sardonico come quasi sempre, l'attore ribadì una frase che amava spesso ripetere: “Gli inglesi hanno Shakespeare, i francesi Molière, i russi Cechov... Ma il western è nostro”. E come un grande patriarca cowboy, dopo un irreprensibile addio alle scene in The Pale Blue Eye – I delitti di West Point (2022), Robert Duvall ha trascorso i suoi ultimi anni nel suo ranch a Midleburg, in Virginia, sino alla scomparsa.