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Le guerre non producono soltanto morti cruente sul campo con il loro strascico di atrocità, ferite, mutilazioni fra civili e soldati, senza guardare in faccia all'età delle vittime, anzi pescando se possibile proprio fra i più piccoli ignari o incapaci di valutare a fondo il pericolo e rinunciare per questo ai loro giochi. Angosciosi sono anche i traumi interiori impressi nelle esistenze di chi riesce a scampare al destino più terribile, fuggendo tra innumerevoli difficoltà per approdare, dopo una serie di fortunate coincidenze e comunque quando mai avrebbero pensato di farcela, ad una salvezza altrettanto brutale quanto l'odissea affannosa e a tratti umiliante che l'ha preceduta.

Selma è una profuga siriana che, dopo la sparizione del marito nell'inferno delle carceri del regime, è stata costretta alla scelta dell'espatrio: la sua meta è la Francia, per raggiungere la quale, dopo aver affidato il figlio Rami ancora bambino alle cure della nonna, ha affrontato un viaggio a piedi interminabile attraverso l'Europa a partire dalle sue frontiere orientali. Arrivata infine a Bordeaux da clandestina sans papiers, avendo un cellulare come unico contatto col figlio, cerca di sopravvivere con un lavoro di fortuna in un bar, appoggiandosi a una famiglia di connazionali che contemporaneamente la aiutano e ne sorvegliano l'irreprensibilità del comportamento.

Dopo essere sfuggita per miracolo ai controlli dell'ispettorato del lavoro, Selma si affida a un avvocato che accetta di aiutarla ben sapendo di non poter essere pagato e riuscirà a farle ottenere i documenti che la metteranno in regola e le permetteranno di riavere Rami. Fra i due nasce anche una storia: per Selma come rifugio/riscatto dalla solitudine cui si sente condannata, non avendo più notizie del marito, che tende a credere ormai morto; per l'avvocato, da un matrimonio grigio e senza passioni. Ma è a questo punto che con una telefonata il consorte ricompare annunciando a Selma il suo prossimo arrivo, insieme al figlio...

Qui al suo secondo lungometraggio, la regista siriana Gaya Jiji, formatasi cinematograficamente in Francia dove lavora, sceglie di focalizzare la sua attenzione su una figura femminile protagonista di un percorso insieme collettivo e personale, segnato da peripezie e prove laceranti – certo simili a quelle di storie altrettanto dolorose e problematiche – per mostrarcene l'incerto itinerario verso la ricerca di una rinascita personale dopo essere diventata quasi straniera a se stessa, per conseguire la quale sarà necessario all'ultimo momento un'ulteriore e imprevista dimostrazione di resilienza e di maturità. Selma è dunque protagonista di una vicenda al singolare quanto esemplare di molte altre simili provocate dalla crudeltà del conflitto armato generalizzato che coinvolge e travolge nel nostro mondo (ma vorremmo dire nella lunga storia dell'umanità fatta di guerre e di continua violenza) tante donne e uomini, tante coppie e famiglie. E se tale dimostrazione è raccontata con poche, eloquenti ellissi nell'ultima mezz'ora di film invece che attraverso uno scavo nei dettagli tormentosi della crisi cui i due coniugi devono fare fronte, nondimeno ne cogliamo tutta la forza, sottolineata dalla luce che invade le ultime immagini, cariche finalmente di una speranza tanto faticosa quanto meritata.