The Sea di Shai Carmeli-Pollak, il film israeliano che mostra, nel viaggio di un ragazzino palestinese verso il mare che non ha mai visto, la realtà dei checkpoint e delle ingiustizie tuttora vissute dai palestinesi, nello specifico, in Cisgiordania, è un piccolo caso, e per questo sta uscendo in sala accompagnato da testimonianze di esponenti del mondo politico e giornalistico che lo “leggono” sul piano dell’attualità, quella di una Palestina che, dopo Gaza, è ben lungi dal trovare pace o giustizia. La sua vittoria, infatti, ai Premi Ophir 2025 e la conseguente candidatura ufficiale agli Oscar 2026 hanno provocato una reazione durissima: il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha definito il film “una vergogna” e ha annunciato tagli ai finanziamenti pubblici agli Ophir Awards come ritorsione politica. Ed è significativo che sia un regista israeliano, in una coproduzione israelo-palestinese, a trattare questo tema. E a trattarlo in modo esemplare.
L’opera, è vero, è debitrice dei modelli precedenti, altri film che narrano la storia di ragazzini costretti, da ragioni storico-politiche, a un viaggio che non avrebbero avuto nessuna intenzione di fare, o comunque non in quel modo (il Bruno di Ladri di biciclette, per esempio); ma sviluppa la storia di Khaled e di suo padre in maniera incisiva e coinvolgente, anche per gli attori scelti (Muhammad Gazawi e Khalifa Natour), due volti, specie quello del ragazzino, espressivi e cangianti, su cui si legge, di momento in momento, l’ansia crescente per la situazione ma anche, in Khaled, il desiderio di raggiungere quel mare che non ha ancora mai visto, mentre i suoi compagni di classe ci sono andati il giorno prima. La storia infatti comincia la mattina di una gita scolastica, da un villaggio presso Ramallah a una spiaggia della zona di Tel Aviv, che i ragazzi vivono con gioia ed entusiasmo, scherzando anche sul fatto che, proprio Khaled, ha con sé una vecchia maschera da sub che gli ha dato suo padre; al posto di blocco israeliano, tuttavia, si scopre che Khaled non può continuare la gita, perché il suo permesso non è valido; deve quindi farsi venire a prendere, e tornare a casa. E qui si manifesta, per noi, l’interesse dell’opera; perché il ragazzo non decide di punto in bianco di scappare per raggiungere il mare ma lo fa a poco a poco, di passaggio in passaggio, com’è giusto che sia, quando a casa trova la nonna (la madre è morta quand’era piccolo) che cerca di confortarlo dicendogli che anche lei, ha visto il mare in tarda età; e poi trova i tre fratelli, la maggiore adulta e responsabile, che aiuta la nonna ad accudire gli altri e a rassettare casa, e i due fratellini piccoli, con uno dei quali arriva a scontrarsi per motivi futili, nella tetraggine della giornata, provocandogli accidentalmente la caduta di due denti. Il padre così, che dal posto di lavoro (un cantiere presso Tel Aviv, in nero, due settimane alla volta) lo aveva rassicurato, al telefono, e gli aveva promesso che gli avrebbe portato un regalo per compensare la mancata gita, ora il regalo dice che lo porterà al fratello ferito, senza capire lo stato d’animo del protagonista che a quel punto, sentendosi tutti contro e vergognandosi per quello che ha fatto e per la rabbia che prova anche contro chi non ne può niente, decide di andare al mare da solo, ugualmente. E, tra l’altro, nella parte sopra citata è descritta anche la comunità di persone che circonda Khaled, e si capisce perché, probabilmente, il suo permesso non era valido: vicini e parenti sono oppositori più o meno velati dell’occupante israeliano e trafficano illecitamente un po’ di tutto, anche le granate che i bambini trovano per terra, vicino a casa.
A questo punto, comunque, comincia il film vero e proprio, che porta Khaled sotto il muro, dove trova degli uomini che passano clandestinamente per andare a lavorare, come suo padre, nei cantieri in Israele, e con loro riesce ad arrivare alla periferia di Tel Aviv, dove racconta che andrà a trovare il genitore che lavora nella panetteria della stazione, e si incammina in quella direzione. Non sapere la lingua e non conoscere la strada, e nemmeno la posizione della marina, ovviamente non lo aiuta, per cui è costretto a chiedere indicazioni, dopo essere salito su un bus indicatogli dai compagni, alle pochissime persone che vede non parlare la lingua del “nemico” e che, fatalità, sono tutte donne; una di loro gli dà un biglietto con la pronuncia della frase in ebraico che deve dire, per chiedere ai passanti dov’è il mare; solo che, quando faticosamente è quasi arrivato alla meta, viene fermato dalla Polizia e il padre, che lo sta cercando da un po’, rischiando il lavoro e la vita, e lo trova proprio in quel momento, viene a sua volta fermato e arrestato, nonostante conosca la lingua e riesca a spiegare che Khaled è solo un ragazzino che cercava di raggiungere il mare, senza aver fatto niente di male se non aver passato, clandestinamente, il confine. Sarà nell’auto della Polizia che i due, dal finestrino, percorrendo il lungomare di Tel Aviv, potranno vedere il mare; e l’opera si chiude sul primo piano straziante di Khaled che finalmente, almeno, guarda la grande distesa azzurra.
Equilibrio, rigore, forza, autenticità, volti segnati dalle vicende e dalle ingiustizie della storia… In un film tutt’altro che convenzionale, che oltre a descrivere l’assurdità della situazione palestinese, tra checkpoint e muri, mostra la realtà della grande città israeliana in cui, mentre il protagonista procede alla ricerca di ciò che non ha mai potuto vedere, tutto scorre come sempre, con gente di tutti i tipi che parla, cammina, litiga, ride, donne e bambini ma anche uomini e ragazzi, compreso il punk che Khaled incontra alla fermata dell’autobus, e compresi gli avventori del caffè davanti al quale avviene l’arresto dei protagonisti. Che si fanno involontari (e indifferenti) spettatori di ciò che accade, come il ragazzo si trova ad essere spettatore di un mondo completamente diverso da quello da cui proviene, se non altro per il benessere che, colpevolmente, vi si respira. Che sono poi i contrasti («Si può vivere una vita normale, inseguire un sogno normale – come costruirsi una carriera da regista – mentre a solo un’ora di distanza da te stanno accadendo orrori inimmaginabili?») da cui è partito Carmeli-Pollak, israeliano attivista per la Palestina, che ha ultimato il film prima del 7 ottobre nella consapevolezza che solo la conoscenza di certe problematiche, e la collaborazione tra persone diverse in vista di un obiettivo comune, possano aiutare la conciliazione tra i popoli.
Un giovane palestinese sogna di vedere il mare per la prima volta e intraprende un viaggio rischioso oltre i confini vietati, mentre suo padre lo cerca disperatamente, mettendo a repentaglio la propria libertà e il lavoro.
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