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C’è un senso di immanente claustrofobia che aleggia in ogni sequenza di Subsuelo, titolo che già metaforicamente ribadisce questa percezione costruita pazientemente, inquadratura dopo inquadratura, da Fernando Franco, regista spagnolo giunto al quarto film e già montatore di Che Dio ci perdoni di Rodrigo Sorogoyen. Se però i lavori precedenti (La herida, 2013; Morir, 2017; La consagración de la primavera, 2022) erano lacerazioni psichiche profonde segnate da malattie e disagi di debilitante intensità, qua gli stessi temi virano nell’ambito del thriller psicologico, obbedendo maggiormente alle costanti narrative di genere.

Due gemelli, Eva e Fabián, non ancora maggiorenni, sono protagonisti durante una notte d’estate di un grave incidente stradale che causa la morte di un loro amico, infatuato della ragazza, e provoca la paralisi alle gambe dello stesso Fabián, oltre a generare sensi di colpa e tentativi di successiva manipolazione come scotto da pagare per aver vissuto una serata di imprudenza. Tratto da un romanzo pluripremiato dello scrittore argentino Marcelo Luján, Subsuelo ruota intorno a pochi personaggi immersi in una quotidianità domestica calma e solo apparentemente rassicurante. Anzi, è proprio dall’ambiente familiare che si originano la minaccia e l’abuso, all’interno delle dinamiche malate di una relazione tra gemelli che in realtà è un’autentica prigionia genetica dell’anima. La tragedia è iniziale, mostrata con un arzigogolato e insistito piano-sequenza (probabilmente con una sola giuntura digitale a mascherare l’ingresso in auto) nel cui fluido flusso il regista intende inserire di forza lo spettatore per permettergli di condividere la portata del dramma. Ma dopo aver mostrato i muscoli, Fernando Franco dosa e centellina, procrastina le informazioni, mette in ellissi, dilaziona i tempi, trasformando il dramma familiare in un soffocante thriller con le caratteristiche paradossali di un kammerspiel en plen air.

Ai poli opposti di questa recita sulle conseguenze della colpa, ci sono i due gemelli, attori di un conflitto che si origina nei tentativi di soggezione e sfocia nell’abuso. Da un lato, Eva, personaggio riflessivo e silenzioso, angosciato per ciò che è accaduto, remissivo, come se accettasse di espiare la colpa con l’umiliazione; però giovane e quindi desiderosa di superare il trauma per andare oltre, nonostante il dissidio interiore. Dall’altro, Fabián, [accenno di spoiler] la vittima che si fa carnefice per ergersi a giudice morale pur nella mancanza totale di un’integrità, atteggiamento che lo porta a sconfinare nella sadica psicopatia e che ricorda pratiche e modalità del Funny Games di Haneke in un’atmosfera illusoriamente meno algida e più colorata, calda, perlomeno in apparenza.

Su questa base, Franco lavora di cesello. Lo stile concettuale utilizzato è parte coestensiva del dramma e ne sottolinea il cinismo e l’opprimente deriva. Eva è la figura osservata, chiusa e controllata. È l’obiettivo di ogni sguardo che si irradia dal gemello Fabián e che — indirettamente — caratterizza la modalità di visione rubata, estorta, su cui è costruito il film. I primi piani prolungati su di lei sono l’indice di un segreto intimo del quale il pubblico è inizialmente privato (fino alla comparsa di una foto rivelatoria su un cellulare) e la sostanza inquieta di un’intensità emotiva prigioniera della volontà altrui.

Fabián è invece colui che guarda, spia, scruta, controlla. Egli vive la sua vita attraverso il filtro fornito dalle esperienze della sorella, che cerca di limitare, di circoscrivere all’interno dello schermo di uno smartphone per averne la completa padronanza. I video dei dispositivi, le chat di messaggistica mostrate sempre con uno split screen orizzontale che nasconde identità e messaggi precedenti dell’interlocutore, le clip carpite sono l'immagine di un isolamento che altro non è se non una gabbia in cui si è condannati in attesa di subire il tormento. Non c'è una vera interazione tra le parti, neanche in chi dovrebbe essere deputato all’ascolto (indicativo il colloquio truffautiano di Eva con la psicologa), c'è solo un abusivo esercizio di potere che rende necessaria una rottura drastica per sottrarsi alla condanna voyeuristica e al suo sadico controllo.

È lo stile marcato di Franco a legare insieme queste diverse istanze, è la concettualità significante che emerge dal linguaggio adottato a produrre tutta la serie di allegorie visive poste come degno corredo di ciò che i fatti raccontano.