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Durante l’ultima settimana della campagna elettorale americana del 2024, quella che ha riportato alla Casa Bianca Donald Trump, Gianluca Vassallo si è messo sulle strade americane alla ricerca di volti, indizi, storie, tracce di quell’America profonda e invisibile responsabile a vario titolo dei risultati di quell’elezione. Intorno alle figure di Eduardo, cuoco messicano in un diner di Coney Island, New York, e di Robert, convinto sostenitore di Trump, così lontani (per origine, convinzioni e prospettive) e così vicini (nelle logiche poetiche e interlocutorie di un finale singolare e inatteso), ruota tutto un mondo colto nella sua rivelatoria e banale quotidianità. 

Quella stessa ordinaria quotidianità che in procinto del voto esprime una serie infinita di visioni del mondo, speranze, ideologie e pregiudizi, uno spaccato ampio che si srotola sulle strade di più stati tra l’Est e il Midwest (New Jersey, Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, Illinois, Wisconsin, Iowa, South Dakota, per un totale di 5500 km percorsi). The Lunch, sottotitolo A Letter to America, ha la struttura del diario di viaggio, la sensibilità d’osservazione dell’entomologia, lo sguardo inserito in una suadente confezione estetica che della realtà rispetta l’assunto, il clima, le traiettorie, per osservarla e restituirla attraverso una forma autoriale accurata e lirica. Il campione, per quanto condensato in un’ora e mezza e in una settimana di svolgimento (ma in un mese di riprese) è quanto mai rappresentativo di un’America dilaniata tra l’attesa che il valore cultuale di Trump si compia e la paura sempre più fondata che Kamala Harris non basti ad arginare l’ondata di fascismo che sta per abbattersi. 

Ogni presenza sullo schermo è una storia possibile, una traccia da seguire per rendere conto dell’articolata congerie che anima l’intero paese: dalla donna musulmana incaricata di consegnare una maglietta con l’effigie di Trump al comizio dell’attivista MAGA di origine italiana, dalla pastora protestante del Wisconsin preoccupata di accogliere ogni minoranza, al chicano che con gli amici al bar confessa di dover rinunciare alla sua istruzione a causa delle spese da sostenere per il figlio che sta per arrivare. Lo sguardo di Vassallo si posa su ognuno alla ricerca del dettaglio pregnante, di quel particolare che renda conto di un carattere, forse dell’intero suo mondo e delle conseguenze che ne scaturiscono, incastonandolo in un quadro formalmente accurato, pensato, ricercato e seducente. Le inquadrature si susseguono veloci, concentrate sulla diversità dei volti: non ci sono attivisti belluini come gli assaltatori di Capitol Hill da una parte o i radical snob che pensano di combattere una guerra culturale dall’altra; se fanno capolino, è solo per il breve spazio di un’impressione fugace. Un’illusione, una semplice impressione, come quando Robert indugia nel togliersi un pezzo di cibo incastrato tra i denti, immagine che per un attimo crea un cortocircuito percettivo tra la supposta realtà catturata fedelmente dalla macchina da presa e l’intensità verosimile con cui è invece riallestita. 

Vassallo, con atteggiamento impressionistico, rincorre e si sofferma sulle persone come veicolo delle loro idee, mentre intorno il paesaggio evolve, i manifesti svolazzano al vento, le bandiere pro e contro garriscono, le insegne al neon campeggiano alte e i nastri d’asfalto sono macinati per solcare lo spazio di uno scontro acceso che ha il sapore della redenzione o della condanna definitiva. Il montaggio lavora per analogia e per palese contrasto, mette in parallelo le situazioni e intreccia metaforicamente le varie vicende, creando una connessione profonda laddove la campagna elettorale produce soltanto l’evidenza di una divergenza.

Gli estremi in The Lunch si lambiscono, malgrado le apparenze e chiariscono nel finale la ragione simbolicamente connettiva del titolo. Eduardo e Robert, le due parentesi che racchiudono tutta la complessità dell’universo nordamericano esemplificato in una semplice contesa elettorale, sono due versanti praticamente opposti: il primo, ispanico, lavora undici ore al giorno nella cucina di un diner di Coney Island cucinando uno dei cibi più americani presenti sul menu. Carne da macello che serve carne macellata al secondo, Robert Arnold Linsay, trumpiano convinto, autore di articoli decisi in favore della causa, dai modi però gentili verso i camerieri di origine straniera che lavorano nel ristorante in cui sta per essergli servito l’hamburger che ha ordinato. Mentre addenta l’hamburger seduto al suo tavolo, Robert è spiato dalla porta della cucina dallo stesso Eduardo, in una congiunzione vertiginosa tra gradi antitetici della società uniti dal frutto del lavoro trasformatosi in mezzo di consumo. È un contatto, uno dei pochi possibili fra le parti. Una pennellata di ottimismo che al momento dell’elezione di Trump era ancora possibile, spazzata via dalla successiva politica sconnessa e a tratti incomprensibile del tycoon.

Alla luce di ciò che è seguito subito dopo, forse The Lunch non possiede il dono della lungimiranza ma, pur volendogliene ascrivere la responsabilità, non è un peccato che incida sulla qualità antropologica di un film profondo come la difficoltà di raccontare per brevi e sapienti immagini un paese spaccato e fermo nelle sue inossidabili convinzioni.

Foto: The Lunch (2026) © 2026 White Box Studio All Rights Reserved.