Forse non esisterà mai nella nostra rubrica un’icona più identificabile con il bianco e nero come Marjane Satrapi, senza, peraltro, una provenienza anagrafica dalla tradizione del cinema classico con la sua estetica bicromatica. Satrapi approdò al cinema nel 2007, plasmandolo da un altro linguaggio (il fumetto); lo coltivò in piccole regie successive, tutelandolo anche con una fondazione parigina a sostegno degli studenti stranieri, ma la sua arte, il suo fucile da difesa (scriverebbe Philip Roth), si nutriva di disegno e parole. Eppure, è un singolo film, caposaldo dell’animazione impegnata, a far fiorire a sua volta l’immaginario condiviso dell’intellettuale e dissidente iraniana, introdotto dal successo della sua graphic novel fin dai primi anni Duemila.
Estro e malinconia, bianco e nero, non solo quello stilizzato e favolistico di Persepolis, in una vita come un romanzo che confluì effettivamente nel citato volume illustrato e autobiografico. Sradicamento e coraggio, libertà e dolore, attivismo e ironia, fino a un prematuro, inatteso epilogo, con risposte intuibili e nebbiosi perché. Nel comunicato stampa rilasciato dalla famiglia alla sua scomparsa a 56 anni il 4 giugno 2026 si legge che “Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita”. Chi le era vicino testimonia una profonda depressione scaturita dalla perdita, con rispettoso riserbo sul quadro clinico. Impossibile non scorgere anche la convivenza con il lutto cronico dell’errante, a cui diede espressione, tra i tanti, lo scrittore austriaco Alfred Polgar, perseguitato dal nazismo, in una lettera a un amico mecenate, successivamente inoltrata a Marlene Dietrich: “Se dico di essere stanco di vivere, non lo dico nel senso di essere un candidato al suicidio, ma può Lei figurarsi che a uno vengano semplicemente a mancare le forze indispensabili alle funzioni, necessità, cerimonie e ipocrisie della vita?”.
All’ombra dell’esistenza pubblica di Satrapi spesa per i diritti civili, sublimata dallo spirito irriverente, rock e catartico, c’è il groviglio personale e politico di lacerazioni di mezzo Novecento, traumi bellici imperituri, mali storicamente tenebrosi come l’esilio volontario. Nata a Rasht, sul Mar Caspio, nel 1969 da una famiglia colta di nobili origini, Marjane Satrapi visse a Teheran le esperienze che conosciamo dalla lettura e dalla visione di Persepolis: l’opposizione domestica prima allo Scià e poi alla Repubblica islamica, il piglio antistituzionale a scuola, il trasferimento a Vienna per completare gli studi in sicurezza, la deriva da homeless nella nuova città che le è straniera; quindi il ritorno a Teheran, l’accademia d’arte, il matrimonio e il divorzio, poi di nuovo in Europa per il peso delle repressioni sociali e misogine nel suo paese, con l’approdo definitivo in Francia nel 1994. A Parigi compone la serie di fumetti Persepolis, pubblicati tra il 2000 e il 2003 e presto long seller (in Italia il volume integrale è edito da Rizzoli Lizard). Segue il film omonimo (firmato con Vincent Parannoud), che dal libro trae il medesimo tratto grafico, antico e moderno, essenziale e delicato come da tradizione persiana, ma aperto alle tendenze del presente. Il Premio della Giuria a Cannes 2007 consacra l’ingresso di Satrapi nel cinema, dove si cimenterà anche con Pollo alle prugne (2011), in live action, tratto da una sua graphic novel. Una carriera che vanta altri fumetti e libri per l’infanzia, collaborazioni con il New Yorker e il New York Times (per il quale disegnerà un’imperdibile ode al fumo), altre pellicole, in lingua inglese: The Voices (2014) con Ryan Reynolds e Radioactive (2019) con Rosamund Pike, su Marie Curie; imprescindibile fu soprattutto la militanza culturale, confluita nell’opera di saggistica Donna, vita, libertà, un progetto collettivo con altri intellettuali, nato dopo le proteste civili del 2022 in risposta alla morte violenta di Masha Amini.
Amica del MeToo, si espose come mentore della nuova rivoluzione iraniana in mano alla Generazione Z, conclamò con la sua grazia spettinata, tra conferenze e onorificenze sui palcoscenici del mondo, il suo paradigma di progressismo e utopia per l’Iran, quindi per tutte le democrazie, anche quelle compromesse. Il bilancio della sua opera, inevitabile ma non terminale, è certo un rinnovato appello alla sensibilità collettiva che resta verso Persepolis, da cui Satrapi si emancipò serenamente, via dai fantasmi che qualsiasi racconto generazionale trascina con il suo autore. Manifesto della tragicommedia del crescere, sintagma di privato e politico che rifulge di universalità, elegia femminista, Persepolis è l’apoteosi di una scrittura poliedrica dove la vulnerabilità reattiva flirta con la leggerezza, quella sapienza sovversiva di cui sono privi gli autoritarismi.
I suoi contributi in Donna, vita, libertà scalzarono l’effimero digitale dei tweet e dei post di opposizione (che pure Satrapi incoraggiava tra i giovani dissidenti), per rivendicare l’arte come atto politico, materico e irriducibile, come dichiarò in un’intervista. Il cuore della sua finestra sulla realtà restò però la nostalgia inquieta per l’Iran, l’Heimat dell’identità, in un suggello struggente. “Nonostante io ami Parigi e la sua indescrivibile bellezza, Teheran, con tutta la sua bruttezza, rimarrà sempre ai miei occhi la ‘sposa’ di tutte le città del mondo”.