Con Carlo Cecchi perisce il disinganno estremo dello spettacolo

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In una fase storica cruciale per la caduta verticale della cultura, non più soltanto cinematografica italiana, è fondamentale prendere in prestito come spazio aperto di riflessione la scomparsa stessa all’età di ottantasette anni di Carlo Cecchi, attore e regista che ha obbligato a considerare inseparabili nel discorso artistico la scena e lo schermo, per un suo scostante, invero austero modo di rigettarne la componente spettacolare, esteriore, suadente. La morte di una persona, di un gigante del nostro teatro in affanno, rincorrendo più il posto al sole che sulla scena, obbliga a ricordare Cecchi proprio e nella consona e spiacevole occorrenza: il “memento mori” è collettivo, epocale.

Pe averli visti, recuperati in surrogati video, grazie al suo importante contributo divulgato dalla prosa trasmessa dalla tv di Stato, o anche per averne sentito parlare, gli spettacoli di Cecchi impongono un testa a testa con Shakespeare, Majakovskij, Brecht, Cechov, Pinter, Pirandello e Molière, rimescolati e ricondotti a un disadattamento, inteso come matrice rigenerata e fisiologicamente ironica; perciò a maggior ragione inquisitoria verso l’esistente, per citare alla rinfusa le occasioni della sua interlocuzione con il pubblico e i drammaturghi maggiori di riferimento. Ma in questa e in ogni possibile lista approssimativa per difetto, dettata dalle circostanze della commemorazione ex post, dove la mancanza del defunto diviene capo d’imputazione per chi resta, è già possibile individuare il principio della sottrazione da lui applicata trasversalmente; cioè accorgersi di come, nell’occuparsi quindi di cinema nello specifico come in questa sede ci si aspetta, con Cecchi e attraverso la sua maschera impassibile che diventa coscienza severa, rimprovero impietoso e mai accattivante, si renda indispensabile ora più che mai con valore attivo scavalcare i distinguo, non mantenere almeno lui esclusivamente in campo, al sicuro da ogni altra competenza contigua e contestuale.

Cecchi era bello, di una “bellezza” non “grande”, divistica e perciò idiota poiché votata al consenso intellettuale e al “successo”, inteso sempre, alla Carmelo Bene, come participio passato del “succedere”; e questa dote di una evidenza scarna e perciò tanto più imponente l’ha condotto ad una pratica cinematografica trasversale. Il suo debutto nella seconda metà degli anni Settanta, principalmente con Romano Scavolini dietro la macchina da presa, registra come un caso a sé stante una battuta d’arresto che non è un parallelo “finale di partita”, ma una fisiologica estraneità al dopo, temporanea ma lunga. Il ritorno “matematico” dopo il “buco” indiziario degli anni Settanta e Ottanta, cioè all’inizio degli anni Novanta con un giovane cineasta debuttante come Mario Martone, forte però di un sostrato teatrale, fornisce la chiave di lettura e di volta di questo nuovo e originale rientro di Cecchi nel perimetro compromesso delle inquadrature, dei movimenti di macchina, che nel suo orizzonte conservano il segno ammonitore del palcoscenico, della recita straniata della Storia, del “disinganno estremo”.

Scorrere la sua filmografia, più facilmente reperibile rispetto ai capisaldi della teatrografia, significa notare la scelta strategica delle apparizioni, in sordina o centrali, di personaggio che elimina la forza carismatica tradizionale, da improponibile capocomico, per riconfigurarla come strumento interpretativo dell’esistente. Basterebbe, per farsene un’idea circostanziata, cosa sarebbe stata nel volto e, nel corpo tutto, nella voce e in mani altrui la figura di un magistrato antimafia nel mirino; e che invece Cecchi, da “napoletano” molto “matematico” nel calcolare l’estinzione del personaggio e di una società votata all’autoestinzione e alla volgarità del profitto e del delinquere plaudito, assume carattere di irreprensibilità, scarsa confidenza, concentrazione sulla necessità estrema di non apparire ma di essere piuttosto al servizio ingrato di una “povera patria”: povera di valori, e che nessun record di consenso o d’incassi potrà mai suturare e restituire a una dignità all’altezza del singolare, isolato protagonista o comprimario di necessità memorabile, il quale si è dunque prestato e non è stato prestato dal teatro al cinema o alla televisione, in precisa e millimetrica strategia e metodologia, oggi non a caso disattesa da quasi tutti i sedicenti colleghi in cerca di autore da mercato.