Sono 17 gli anni che separano Infedeltà del regista tedesco naturalizzato statunitense William Wyler e Monica e il desiderio dello svedese Ingmar Bergman. Lontani geograficamente e temporalmente, raccontano entrambi due figure femminili di inattesa modernità. Due donne accomunate dal desiderio di essere libere, di divertirsi, di non dover per forza corrispondere alle aspettative auspicate dalla società. Simone de Beauvoir, nel celebre saggio Il secondo sesso (1949) scriveva: «Non si nasce donne, si diventa». Per lei, l’essere donna non è un destino biologico, ma una costruzione sociale: da qui scaturisce la necessità di costruire la propria identità oltre i ruoli imposti di madre, moglie o oggetto del desiderio.
La sceneggiatura di Infedeltà è firmata Sidney Howard (che vincerà l’Oscar postumo per la sceneggiatura di Via col vento), e si basa sull’adattamento teatrale da lui fatto dal romanzo Dodsworth di Sinclair Lewis (1929), che pone l’accento sulle differenze tra l'intelletto, i costumi e la morale statunitensi ed europei. Nel film di Bergman, invece, la dicotomia è tra la natura incontaminata di un’isoletta dell’arcipelago di Stoccolma, dove sboccia e si consuma l’amore tra i due giovani protagonisti, e la città, dove sono costretti a tornare per mancanza di soldi e l’inattesa gravidanza di Monica.

La protagonista di Infedeltà è la moglie di un noto industriale di una piccola cittadina americana, più giovane del marito e molto bella. Quando lui decide di andare in pensione, i due partiranno in crociera, ma poi lui tornerà solo mentre lei deciderà di fermarsi ancora un po’ di tempo in Europa. Questa sposa, che ha dedicato tutta la sua vita alle esigenze del marito e a crescere la loro figlia, ormai sposata, si sente sul crinale in cui la sua giovinezza sta scivolando via. Ha voglia di sentirsi ancora una donna piacente, di vivere una relazione sessualmente soddisfacente con un altro uomo, di scoprire mondi nuovi che non siano le ricette o le partite a carte con le mogli dell’altezzosa società di provincia statunitense. Sebbene lei abbia un considerevole patrimonio personale di famiglia e non usi il denaro del marito per folleggiare nella spensierata Europa, il finale del film è un giudizio senza possibilità di redenzione. Una donna che ha avuto una relazione con un uomo più giovane, che per civetteria non ami essere chiamata “nonna” e che è scappata dagli obblighi coniugali è riprovevole e meschina, e ben farà il marito ad abbandonarla per una servizievole spasimante americana trasferitasi nella pittoresca Napoli. Non c’è nessuna riflessione su quanto il ricco industriale abbia dato per scontato sua moglie negli anni vissuti insieme, nessuna presa di coscienza del legittimo desiderio di evasione da una gabbia reiterata di rituali appaganti solo per il marito, come precipitarsi a portargli le pantofole e la sua bevanda preferita appena rientrava a casa. Nel 1936 la libertà e l’autonomia rivendicate dalla De Beauvoir sono miraggi lontanissimi e il pubblico delle sale necessita di un finale punitivo per chi trasgredisce alle regole.

Nel 1953, la morale si fa ancora più aspra, anche se ci troviamo nella liberale Svezia. Perché Monica non ha neanche un patrimonio personale, ma vuole fare la “bella vita” anche se è diventata madre e tratta male il marito che ha la testa sulle spalle. Questa ragazzina di diciassette anni che viene da una famiglia numerosa e con un padre alcolizzato e violento, ha la colpa di restare incinta e dover fare un matrimonio riparatore. Sperava di evadere dalla sua vita grama e finisce per piombare in una responsabilità più grande di lei. Fra la donna e il marito Harry i contrasti diventeranno insanabili, tanto che finirà per andarsene e scomparire nell’oblio. Di lei non sapremo più nulla, il finale è tutto per Harry che, dopo aver rivissuto un breve momento di ricordo di quell’amore felice guardando attraverso uno specchio, va verso la sua nuova vita con la figlioletta in braccio. Ma Bergman non sarebbe Bergman se non obbligasse i suoi spettatori a farsi delle domande e dubitare di un giudizio scontato. Accade nell’inquadratura in cui Monica, che sembra sorridere all’amante che le accende la sigaretta, si volta e punta i suoi occhi nei nostri. Quello sguardo che Godard ha definito “il più triste di tutta la storia del cinema”, con lo sfondo che si scurisce e lo fa risaltare ancora di più, ci trapassa il cuore con la sua infelicità. C’è dentro tutta la storia di una ragazzina abbandonata a se stessa che non accetta il ruolo che la società si aspetterebbe da lei. Scriveva Alda Merini in una sua struggente poesia: “Quelle come me inseguono un sogno / quello di essere amate per ciò che sono / e non per ciò che si vorrebbe fossero”.