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Una casa avvolta dalla vegetazione, le tende che si gonfiano seguendo la brezza di Sousse: una foresta inattesa nel cuore della città. Dentro, solo bisbigli e gesti trattenuti dal dolore. Una salma attende l’ultimo saluto prima di essere portata via.

Lilia torna dalla Francia, dove vive da anni, per rendere omaggio allo zio materno appena scomparso. Rientra per attraversare quel dolore, per stringersi ai suoi cari e condividere la perdita. Prima, però, lascia la compagna Alice in un hotel per turisti alle porte della città: la vita che si è costruita altrove non può entrare in quella di prima.

Eppure Lilia non è sola. Accanto a lei riaffiora la bambina che è stata, insieme ai cugini con cui correva e giocava in quelle stanze. La casa si rivela abitata dalle tracce di un passato che aleggia ancora e da tre donne carismatiche e bellissime: la nonna materna, cameo di una radiosa e commovente Salma Baccar; la madre, una come sempre ineccepibile Hiam Abbass; e la zia materna Feriel Chamari. Tutte si stringono attorno alla perdita dell’unico uomo che ancora viveva lì, lo zio di Lilia, morto improvvisamente.

Ben presto, però, le visite della polizia e le voci che attraversano la città insinuano il dubbio di una morte violenta. Nemmeno un parente politicamente influente riesce a soffocare sospetti che, in Lilia, si trasformano in un’urgenza di verità. Prima parlando con la madre e la zia, poi frequentando un locale dove l’omosessualità, soprattutto quella maschile, è tollerata anche se relegata ai margini, Lilia scopre che quello zio brillante, affascinante e amatissimo custodiva un segreto inconfessabile.

Leyla Bouzid torna dietro la macchina da presa per restituire vita a quella che è stata la sua vera casa di famiglia, oggi disabitata. La riempie di un’energia nuova, di presenze femminili forti e luminose. Al centro del film c’è ciò che resta quando viene a mancare qualcuno che ci ha amato profondamente: i fantasmi di ciò che siamo stati convivono con i corpi di chi è rimasto, in un intreccio pulsante di emozioni, dolore, amore e paura.

À voix basse è un film sul non detto, sui silenzi e le omissioni. Come nelle sue opere precedenti, Bouzid osserva come i fatti politici si inscrivano nei corpi e nei gesti, infiltrandosi nei rapporti più intimi. L’omofobia di Stato nella Tunisia contemporanea non è solo una questione pubblica: la criminalizzazione viene interiorizzata, si radica nelle relazioni familiari e affettive. 

Questo tema si intreccia inevitabilmente con la questione del genere e del posto che le donne occupano nella società tunisina. Lo suggerisce una scena emblematica: indignata per il trattamento riservato ai sospetti di omosessualità, Lilia in commissariato si autodenuncia, salvo essere trascinata via a forza da una madre e uno zio sconvolti. Il successivo consulto con un avvocato chiarisce la situazione: non c’è nulla da temere, la polizia ha interpretato la sua dichiarazione come una provocazione. L’omosessualità femminile in Tunisia non è reato; semplicemente, non viene nemmeno presa in considerazione, tutt’al più qualcosa su cui trattenere una risata beffarda.