Gelbe Briefe | Yellow Letters di İlker Çatak

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İlker Çatak torna alla Berlinale tre anni dopo La sala professori - in concorso e non più nella sezione Panorama - per interrogarsi ancora una volta sulle conseguenze imprevedibili di azioni apparentemente innocue, compiute all’interno di una società sempre più normativizzata e paranoica.

È con leggerezza e tranquillità che l’acclamata attrice teatrale Dreya rifiuta di farsi fotografare con il primo ministro al termine di una pièce, rivendicando il diritto, conquistato con il talento e il prestigio, di non essere sempre accomodanti con il potere. Allo stesso modo, appellandosi alla libertà accademica e al diritto di espressione, suo marito Aziz, autore teatrale e docente universitario, incoraggia gli studenti del suo corso a partecipare alle manifestazioni pacifiste invece di restare in aula. Entrambi i gesti, però, nel clima politico della Turchia contemporanea, vengono letti come atti di insubordinazione, con conseguenze drastiche sulla loro stabilità lavorativa, finanziaria e relazionale.

Il film si interroga così sul prezzo della libertà di opinione nelle società contemporanee, dove il diritto al dissenso sembra assottigliarsi giorno dopo giorno. E questo non riguarda solo la Turchia di Erdogan— spesso additata come democratura, che pure è l’ambientazione, seppur fittizia, di Yellow letters. Nei parallelismi evocati dai titoli dei capitoli (“Berlino come Ankara”, “Amburgo come Istanbul”) risuonano campanelli d’allarme molto chiari: non solo quello della censura — che rende impensabile girare un film del genere in Turchia — ma anche il monito implicito che nessuno è mai davvero al sicuro quando si parla di libertà di espressione. Da Ankara a Berlino il passo è breve: le democrazie hanno i piedi d’argilla e vanno difese ogni giorno, con un lavoro costante di cura e vigilanza.

Il racconto si sposta poi sul terreno più intimo, interrogandosi su quanto possano resistere un amore e un nucleo familiare quando il benessere si esaurisce, il lavoro diventa precario e malpagato e gli ideali e le convinzioni vengono messi alla prova. Se Aziz continua a credere che il suo teatro possa salvare il mondo, Dreya cerca una via per diventare finanziariamente indipendente, arrivando a negoziare con lo stesso potere che l’ha estromessa dal lavoro. In fondo il prezzo da pagare è solo quello di cancellare qualche post su Facebook.

La regia asciutta e misurata insieme agli attori di grande talento danno corpo a un dramma familiare, politico e sociale che ha il grande merito di restituire personaggi sfaccettati e ambigui, mai ridotti a semplici simboli, ma lasciati liberi nella loro complessità. Le Yellow Letters — le lettere gialle con cui il governo costringe artisti e intellettuali dissidenti a dimettersi — finiscono per smascherare anche l’ipocrisia di una parte della società che si definisce antagonista del potere ma che si mobilita per davvero solo quando viene toccata in prima persona. L’opposizione degli intellettuali si riduce così a una generica indignazione, a un esercizio di malumore, un’innocua lamentela che non corre mai il rischio di trasformarsi in azione concreta. E non è così che si salverà il mondo.