Improbabile e poetica, l'amicizia tra un non giovanissimo affetto da sindrome di Down, probabilmente muto, e un turista giapponese angustiato da un dolore intimo, illumina e intenerisce questa favola urbana e “realista” del tedesco Thomas Huber, in concorso al Bergamo Film Meeting 2026. Buschi (che peraltro in giapponese significa “uomo d'arme”, un nome narrativamente non casuale) vive in un centro sanitario specializzato a Colonia. Possiede una spiccata manualità e uno spirito contemplativo che lo porta a soffermarsi a fissare qualunque cosa lo interessi, specialmente l'acqua (piscine, rubinetti, fiumi, stagni), sostanza da cui è letteralmente affascinato e da cui è tenuto lontano dalle assistenti (non sa nuotare...); è chiaro che sotto la mansueta passività dell'handicap vibra una pulsione verso la ribellione e la fuga che noi in platea siamo pronti ad assecondare, a dispetto degli oggettivi pericoli che tale “evasione” comporterà. Durante una passeggiata in comitiva, Buschi incrocia un gruppo di turisti giapponesi in tour vacanziero in Germania e, con improvviso ghiribizzo, vi si accoda. Tra questi c'è anche il misterioso, silenziosissimo Hideo, che, nonostante la mise che lo fa sembrare un membro della yakuza, è un uomo gentile, buono e soprattutto affranto da un recente lutto. Tra i due si stabilisce un rapporto di comunione e complicità assolutamente senza parole, cementato da origami di rane che il maturo giapponese sa ricavare da fogli di carta. Si troveranno protagonisti di un on the road, breve e intenso, lungo le strade e le città della Turingia e poi Lipsia e altri luoghi (le disponibilità economiche evidentemente non mancano), partendo da Weimar, inseguiti affannosamente dalla assistente sanitaria, Nicole, logicamente disperata per aver perso “per strada” Buschi.

Fatto di osservazioni, gentilezza, leggerezza e universale amore per il prossimo, il sesto lungometraggio di Thomas Huber (classe 1981, di Lipsia) è un doppio ritratto che fa sorridere e commuovere, del resto abilmente (e ruffianamente, ma non è sempre una colpa) equilibrato da un cineasta già notato in precedenza con il romantico e brillante Un valzer tra gli scaffali, premiato nel 2018 a Berlino. La coppia di protagonisti, Aladdin Detlefsen (segnalato come miglior attore al festival di Tallinn) e Kanji Tsuda (Hana-Bi, 1997, Ju-On, 2002, Zatoichi, 2003) si muove con i tempi (anche comici) e l'impassibilità di due Buster Keaton contemporanei, salvo poi sciogliersi alla fine (soprattutto nel caso del giapponese) in spiegazioni e liberatori sorrisi. La fotografia accurata e luminosa, di Filip Zumbrunn, asseconda la predilezione per le composizioni simmetriche del regista e la colonna sonora è affidata spesso alle improvvisazioni sax di Caleb Harredondo.
Un piacevole film che si deve seguire scivolando tra la superficie delle belle immagini (se vogliamo anche turistiche) e le profondità subacquee (intuibili) di due anime pure e bisognose di felicità, mostrando la giusta benevolenza nei confronti dell'implausibilità di una trama tenuta insieme anche da coincidenze casuali (ma forse è solo il fato che sovrintende e determina le fiabe), in un susseguirsi di perdersi e ritrovarsi, scrutarsi e misteriosamente intendersi.