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Maricel è una ventiquattrenne filippina, mamma di una figlia di quattro anni affidata in patria alla nonna, giunta a Cipro per lavorare in una famiglia di anziani. Maricel è stata loro imposta dal figlio e dalla nuora per sbrigare le faccende domestiche ed alleviare il carico di lavoro quotidiano, ma se la ragazza è accolta favorevolmente dal marito, Pantelis, la moglie Marika pensa invece di poter svolgere ancora i lavori domestici con la solita abilità e per questo oppone una certa resistenza. 

Maricel è lo sguardo placido, attento e partecipe che Elias Demetriou, regista cipriota dalla lunga esperienza, fissa all'interno dell'abitazione della coppia, sui piccoli gesti di una famiglia dalle poche pretese e sulla dolcezza discreta con cui la giovane Maricel si sforza di compiere il lavoro di cui è stata incaricata senza offendere la suscettibilità di Marika. 

Il film si pone fin dall'inizio come exemplum di una condizione, quella delle domestiche filippine (ma potrebbero essere di qualunque altra nazionalità, come la cinese Huong, nelle ultime sequenze), collaboratrici familiari viste in una sequenza anche durante la mezza giornata libera a loro destinata per contratto, ragazze sradicate dalle loro origini, alla ricerca di qualche soldo da inviare a casa e di un segnale wi-fi per ridurre le distanze con i propri lontani affetti. Il film inizia, infatti, con un piano sfocato su una fila di persone in attesa in un ufficio; dalla fila indistinta si alza una figura e si avvicina all'obiettivo per sostenere un colloquio di lavoro in cui presenta sé stessa e le sue esperienze pregresse. È Maricel ma potrebbe essere una qualunque delle altre presenze sfocate, dalle storie pressoché simili. 

Maricel, per il film, non è solo il pretesto fornito allo spettatore per introdursi nelle pieghe intime della famiglia di anziani ma è il metro attraverso cui il racconto si rapporta al diverso, all'estraneo entrato in una piccola comunità, non avvezza alle relazioni con i forestieri. La visione proposta dal regista (anche sceneggiatore) è duplice: da un lato, osserva nei più minuti particolari la vita della famiglia, il rapporto della ragazza con l’accogliente Pantelis e l’iniziale diffidenza di Marika, che diventa piena ostilità quando, nel corso del film, complice anche la malignità dei compaesani, inizia a sospettare che il marito si sia infatuato della protagonista. Dall’altro, mostra come la relazione di Pantelis con gli abitanti del paese, pronti a insinuare torbidi legami tra l’anziano e la ragazza, progressivamente si deteriori, evidenziando ancora una volta come l’estraneo nelle comunità ristrette sia sempre fonte di profondo squilibrio, anche quando la sua presenza è sobria ed educata, come nel caso di Maricel.

In questa prospettiva, il film rappresenta anche un percorso di formazione e scoperta per la stessa Maricel, gentile e paziente a dispetto della resistenza di Marika e piuttosto vulnerabile, perché onesta e trasparente (diversamente del suo contraltare smaliziato: la domestica cinese del figlio di Pantelis e Marika). Il regista allegorizza lo stato d’animo della ragazza animando la stanza che occupa nella residenza dei due anziani, trasformandola nella claustrofobica immagine del suo malessere, con rumori dall’origine incerta percepiti nell’armadio e una finestra che non si apre mai, perché bloccata. La conquista di Maricel è passare da una concezione animistica alla realtà delle cose, dalla paura irrazionale degli spiriti alla capacità di riconoscere la meschinità delle persone.

In filigrana, soprattutto nella breve parentesi a casa del figlio, il film offre uno spaccato trasparente anche sulla sostanziale barriera che, seppur ammantata da una spessa patina di affettata ed educata ipocrisia, separa le lavoranti da una borghesia viziata e chiusa nelle sue fisime, ridicole agli occhi di chi osserva e riesce a comprendere il lato grottesco della recita esistenziale messa in piedi.