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Porte Bagage, l’esordio nel lungometraggio di finzione del produttore e documentarista Abdelkarim El-Fassi, è un film semplice e per certi aspetti prevedibile ma denso di calore e di umanità, anzi d’amore: per il proprio padre, per il proprio luogo d’origine, per il proprio lavoro… Comincia con una citazione di Abd al-Rahman sullo stare lontani dalla propria terra, con l’esule paragonato metaforicamente a una palma nata dove non dovrebbe stare, e passa per la storia dal valore allegorico raccontata ai protagonisti da una guardia di frontiera (una gallina che stava con le volpi e si credeva una volpe, ha dovuto tristemente accorgersi che volpe non era), per dire che per quanto si possa stare bene in una terra straniera, che magari si è rivelata anche accogliente, il richiamo della terra d’origine è più forte di quel che si possa pensare, specie per chi, come il padre della protagonista, ci è nato tanti anni prima, ed è arrivato a piedi dov’è ora. La terra in questione è il Marocco; la famiglia è quella degli Idrissi rappresentata innanzitutto da Noor, una promettente chef che vive con il padre e il fratello minore in un piccolo appartamento nei Paesi Bassi, lavora come cuoca in un locale e partecipa, a inizio film, a un concorso culinario a Parigi, che vince. Nella prima parte dell’opera si apprende poi che l’anziano padre Musa, che ha anche un figlio maggiore, quarantacinquenne, e un’altra figlia che gli ha dato un nipote, è malato di diabete e manifesta i primi sintomi dell’Alzheimer; però prende malvolentieri le medicine e, quando un suo caro amico muore, esprime il desiderio forte di tornare “a casa”, in Marocco. I figli e in particolare il primogenito, Farid, che ha un rapporto burrascoso con lui a causa di un’infanzia difficile, vissuta probabilmente in Africa, sono contrari, ma Noor insiste e impone così ai fratelli un viaggio che si svolge sul furgoncino di famiglia, perché il padre non ama volare; e questo viaggio, che farà emergere la conflittualità latente tra i fratelli e tra questi e il padre, li porterà anche alla consapevolezza delle rispettive esigenze e fragilità e si concluderà con la comprensione, da parte di tutti, dell’importanza, per Noor, di seguire la propria strada, lei che ha accudito la madre quand’era malata, che sta seguendo suo padre e che ha sempre lavorato, mostrandosi più responsabile sia del fratello minore, che passa il suo tempo con i videogiochi, sia di quello maggiore, che non riesce a prendere una decisione, dopo cinque anni, sulla relazione con la donna che lo ama.  

La vera protagonista di questo film di personaggi è quindi Noor: seria e affidabile, attenta agli altri e consapevole di sé, matura per i suoi vent’anni e pronta ad affrontare la propria (nuova) vita, se non fosse per l'opposizione, come si diceva, dei fratelli, che vedono nel suo andare da sola a Parigi, a “cucinare per i bianchi ricchi” che tutt’al più potrebbero darle una pacca sulla spalla dicendo che questa ragazza olandese e marocchina è proprio brava in cucina, nonostante la provenienza, uno scenario troppo distante dai valori della tradizione, e anche da loro. Che non avrebbero più qualcuno di amorevole e vicino, su cui contare. Interessante, in questo senso, il dialogo nel furgone tra Noor e Farid, in cui Noor racconta al fratello della morte della madre, delle bugie che ha dovuto dirle, quando era in ospedale, per giustificare l’assenza degli altri figli, della sofferenza che quest’ultima ha provato e della fatica che ha fatto per andarsene, con solamente la ragazza vicino a lei. Scena girata, tra l’altro, con un alternarsi del “fuoco” e del “fuori fuoco” tra i personaggi, a seconda di quello che stanno dicendo, e provando, in quel momento. E l’inquadratura delle mani: Noor trova in soffitta una vecchia foto dell’ospedale, con la mano della madre nella sua, e il film riprende quell’immagine nell’inquadratura delle mani di Noor sopra a quella del padre, quando stanno arrivando in Marocco. 

L’antagonista, se così vogliamo definirlo, di Noor, è Farid: sempre imbronciato laddove la sorella è solare e decisa, ipocrita, falso anche, sembra agire per il solo suo interesse; interesse egoistico che riguarda anche il fratello minore, non nel senso dell’ipocrisia ma in quello della pigrizia, che lo porta ad appoggiarsi, anche economicamente, alla sorella. Dell’altra sorella, Louisa, non si dice molto, poiché non prende parte al viaggio; manda però, con nonno e zii, il figlio adolescente, che ha un ruolo interessante perché, oltre a comprendere e sostenere la protagonista, filma la trasferta con una vecchia cinepresa, e parti del suo “girato” vengono inserite nel film vero e proprio, in modo piuttosto originale; come nella doppia ripresa di Farid che parla di ciò che rappresenta, per lui, la famiglia, in modi opposti quando pensa che la camera sia spenta e quando pensa che sia in funzione, o nella ripresa finale di Noor che, alla stessa domanda, non risponde nulla. Perché parla, per lei, il film.

Tra gli elementi filmici interessanti, oltre alla scrittura che tratteggia con cura personaggi e situazioni, entrando nel vivo dei temi che presentano (uno per tutti quello del contrasto tra aspirazioni personali e doveri familiari, contrasto smussato, alla fin fine, ed è la morale dell’opera di El-Fassi, dall’amore che si prova e che si esprime), troviamo innanzitutto lo spazio, quindi la scenografia, con la caratterizzazione del piccolo appartamento olandese e, dall’altra parte, dell’ampia e colorata casa di famiglia marocchina, e soprattutto con il furgone, nel cui abitacolo si parla, si litiga, si ascoltano le audiocassette con le voci dei genitori; poi la fotografia, al servizio della storia e dei personaggi, che satura i colori nella prima parte per il bisogno di ravvivare un’atmosfera fredda e a tratti cupa, per poi abbandonarsi, in Marocco, ai colori naturali, il blu del mare e del cielo e la luce calda del sole (sottolineati dal padre, a cui sembra che non si possa volere niente di più di questo, nella vita); le musiche che accompagnano discrete e infine gli attori, Mahjoub Benmoussa nei panni di Musa, Mohammed Chaara in quelli di Farid e soprattutto Ahlaam Teghadouini, una splendida Noor, giovane donna che riesce alfine, grazie all’amore che manifesta nella connessione concreta e autentica con i luoghi e le persone che la circondano, a godere del successo che il suo impegno le fa meritare.