L’ultima volta che avevo pensato alle piste di Nazca era, credo, il 1987, grazie a un’avventura di Martin Mystère, l’archeologo con i connotati di Charlton Heston che aveva cavalcato l’entusiasmo per l’antichità storica suscitato dal successo di Indiana Jones. Ora, dopo un tempo lungo e tendenzialmente indifferente, ci pensa una coproduzione franco-tedesca diretta da un attore svizzero, Damien Dorsaz, esordiente alla regia, che punta decisamente sul fascino della bella immagine, sfruttando lo scenario naturale del deserto del Perù meridionale e organizzando una vicenda biografica particolare aiutandosi con qualche elemento incastrato a forza nella logica della narrazione.
Per chi nel passato non fosse stato irretito dal fascino âgée di Martin Mystère, non fosse archeologo, non credesse ciecamente agli alieni o non avesse dimestichezza con i cruciverba, le piste (o linee) di Nazca, è bene chiarirlo, sono ancora oggi uno dei più grandi enigmi dell’umanità, un po’ come Atlantide, Stonehenge e il Triangolo delle Bermude. Scenograficamente imponenti, sono dei perfetti disegni sul terreno (tecnicamente: dei geoglifi) che raffigurano delle enormi figure (scimmie, ragni, uccelli ecc.), ritrovate appunto nel deserto e appartenenti a una civiltà (molto)precolombiana, a sua volta progenitrice degli Incas, che le tracciò in un momento imprecisato tra il 500 a.C e il 500 d.C. Il film è la storia di una giovane matematica tedesca, Maria Reiche, precaria della scuola pubblica e considerata fallita dall’opprimente madre, che all’inizio degli anni Trenta accetta di partecipare come traduttrice dal tedesco a una spedizione archeologica in quel di Nazca, salvo poi innamorarsi del luogo, delle piste, delle loro connessioni con l’equilibrio stesso dell’universo e di sfidare l’indifferenza della sua stessa spedizione e il plenipotenziario del luogo, tal Montoya, che intende sfruttare il territorio per le sue coltivazioni intensive (nel deserto: mah!).

Il parallelismo impostato da Dorsaz (anche sceneggiatore, con una pletora di altri cinque colleghi, altrettanto contemplativi) è la ricerca di un duplice equilibrio che, per la protagonista, da personale si fa cosmico, legato a una formulazione algebrica che giustifichi linee ancestrali e (sua) presenza nel mondo. Il personaggio di Maria segue un’indubbia visione, inizialmente vaga, un’ipotesi matematica che giunge a una tesi (che nella realtà è una delle diverse tesi che si sono succedute nelle proposte degli studiosi), attraverso un ardito tentativo di dimostrazione che incontra i suoi inevitabili ostacoli (altrimenti si sarebbe perso anche quell’abbozzo di narrazione conflittuale che il film adombra), tra cui quello dovuto al pregiudizio della sua giovane età (da parte del capo della spedizione archeologica, il francese D’Harcourt) e alla protervia dell’aristocrazia di discendenza spagnola (il padrone della zona, Montoya), sempre propensa all’occupazione coloniale. E per giungere alla sua dimostrazione, Maria congiunge astralmente terra e cielo, passando dall’esperienza terragna di spazzare (letteralmente) le linee sulla sabbia del deserto per farle risaltare e collegarle così con l’intero firmamento che la sovrasta (e diventando per questo un mito nella regione con il soprannome di “Spazzina del deserto”, anche se per la mitopoiesi del personaggio, così come in molte altre occasioni, tra cui la pennellata informativa iniziale che avvisa i meno avveduti che in Europa si sta espandendo il fascismo, la sceneggiatura fornisce solo l’annotazione, non la genesi del suo sviluppo e della susseguente affermazione).

La sceneggiatura si rifà alla vera vicenda di Maria Reiche, che studiò le linee che l’avevano folgorata fino alla sua morte, avvenuta nel 1998 a 95 anni, ma condensa per esigenze drammatiche in pochi apparenti mesi quello che nella realtà fu vissuto in una trentina d’anni. Sempre per amore di verità, occorrerebbe dire anche che fu l’archeologo statunitense Paul Kosok a incaricare Reiche di indagare quelle stesse linee di cui lui conosceva già l’esistenza, ma del povero Paul nel film non c’è nessuna traccia. Poco male. Peggio è puntare unicamente sulla spettacolarità dello scenario, sul suo splendore fatto di infinita profondità e luce naturale esaltato dal direttore della fotografia Gilles Porte, e poco sulla tensione emotiva, malgrado le occasioni che la storia avrebbe. Lady Nazca punta alle stelle ma resta ancorato alla polvere del deserto. La cancellazione della cultura indigena è una notazione a margine di fronte all’aggressivo cinismo del signorotto della regione, la relazione omosessuale di Reiche (non necessaria, ma dal momento che viene affrontata) una parentesi vittima di eccessiva cautela, quasi il film fosse stato prodotto negli stessi anni in cui è ambientato e anche il decisivo percorso per far tutelare dallo Stato peruviano le linee come patrimonio archeologico nazionale è rapido e indolore, informa e non appassiona, in un bozzettismo frammentato preoccupato solo di concludere la vicenda felicemente (o velocemente? Non ricordo più quale fosse l’avverbio), senza nutrirla dell'auspicabile, minima apprensione.
L’impressione è di aver assistito alla traduzione per immagini di una pagina di presentazione dell’argomento generata con l’intelligenza artificiale, dalle belle immagini ma senza nessun cuore. In confronto, e sia detto senza nostalgia, l’avventura di Martin Mystère aveva un invidiabile senso della tensione narrativa.
Perù, 1936: mentre il fascismo si diffonde in Europa, la giovane Maria Reiche, originaria di Dresda, si guadagna da vivere come insegnante di matematica nella capitale Lima. Ma la sua vera vocazione la attende più a sud della metropoli cosmopolita, nel deserto di Nazca. L'archeologo francese Paul D’Harcourt convince Maria a tradurre alcuni documenti per lui, che spera possano fornire indizi su un antico sistema di canali nella zona. Durante un’escursione nel deserto, i due si imbattono in uno dei più grandi misteri della storia umana: linee e figure gigantesche tracciate nel terreno ghiaioso con precisione matematica che colpiscono Maria profondamente...