Esistono pochi autori come Radu Jude nel cinema contemporaneo: capaci, di film in film, di parlare di tutto e del contrario di tutto, di osservare il mondo di oggi con uno sguardo insieme critico e complice e, soprattutto, di dare l’impressione di comprenderlo fino in fondo questo mondo – o almeno di saperlo raccontare alla perfezione. Dopo l’intermezzo di Dracula – presentato a Locarno lo scorso anno e in sala in questi giorni da noi, concepito come un curioso divertissement – Jude torna a Cannes (anche se non in concorso, e nessuno ha capito bene perché) con un’opera decisamente più ambiziosa: l’adattamento del romanzo Il diario di una cameriera, pubblicato da Octave Mirbeau nel 1900 e già portato più volte sullo schermo, tra cui naturalmente nella versione di Luis Buñuel del 1964 con Jeanne Moreau e Michel Piccoli.
Rispetto al romanzo e all’adattamento di buñueliano, a dire il vero, c’è una netta distanza. Al di là dell’idea di partenza – la cameriera che entra al servizio di una famiglia borghese facendosi testimone dei vizi e dell’ipocrisia dei padroni – resta ben poco. A cambiare è innanzitutto l’ambientazione: non più la Normandia di inizio Novecento del romanzo (o degli anni Sessanta del film di Buñuel), ma la Bordeaux contemporanea. Ma soprattutto cambiano le svolte narrative. Il regista rumeno elimina quasi del tutto il côté sessuale e perverso che attraversava il testo di partenza, riduce o sopprime diversi personaggi – a cominciare dal custode Joseph, che nel romanzo finiva per sposare la protagonista – e riscrive radicalmente la storia.
Il film racconta infatti di Gianina (Ana Dumitrascu), ragazza alla pari rumena che lavora per un’agiata famiglia composta dal padre Pierre, la madre Marguerite e il figlioletto Louve. In apparenza viene trattata con rispetto ed empatia: la famiglia ostenta idee progressiste e cerca di non irrigidire il rapporto nei codici tradizionali tra padrone e servitore. Tuttavia, con l’avvicinarsi delle vacanze natalizie – quando Gianina dovrebbe tornare in Romania dalla figlia piccola ma un imprevisto manda tutto all’aria – l’egoismo e l’uso strumentale del potere da parte dei datori di lavoro demergono in tutta la loro fastidiosa evidenza.
Se il contesto generale resta invariato – oggi come centoventi anni fa Il diario di una cameriera continua a parlare di distanza sociale, conflitto di classe e impossibilità di emanciparsi dalla propria condizione, aggiungendo anche la questione dell’immigrazione – il lavoro di Jude appare molto più complesso e stratificato rispetto a quanto il romanzo esplicitasse. L’idea di aggiornare la storia al presente chiarisce infatti come il discorso non si giochi più soltanto su una distinzione borghese e classista tra padroni e servi, ma sul rapporto molto più ambiguo tra primo e secondo mondo. Con l’aggravante che tutto questo si consuma all’interno dei confini europei.
Il vero richiamo all’universo di perversione e decadimento morale del romanzo – che in realtà emerge sottotraccia nel rapporto “coloniale” fra Gianina e i suoi padroni – è legato al fatto che la protagonista come unico svago dalle incombenze lavorative, frequenta un gruppo teatrale a cui si iscrive su invito di Marguerite, colpita dalla sua abilità nel raccontare e mettere in scena favole della buonanotte per Louve. La compagnia è impegnata nell’allestimento di una pièce molto simile all’originale Le Journal d’une femme de chambre con attori non professionisti. Durante le prove, l’attore che interpreta tutti i personaggi maschili, un ragazzo immigrato clandestinamente presumibilmente dal Nordafrica, viene espulso; all’interno della compagnia nasce così una discussione sul fatto che nessuno si fosse accorto che non era francese, dato che parlava senza alcun accento. Allo stesso tempo, gli altri iniziano a preoccuparsi anche per la sorte di Gianina – che invece parla francese con un marcato accento rumeno – senza rendersi conto che, essendo cittadina europea con un regolare contratto di lavoro, non rischia alcuna espulsione.
Una confusione che dice molto sui rapporti di forza interni all’Europa dei 27, sulla natura dei pregiudizi e delle gerarchie implicite che continuano a strutturarla. Ma che segnala anche quanto certe idee, diffuse nelle società dell’Europa occidentale, siano radicate al punto da mettere a nudo riflessi quasi automatici, istinti difficili da reprimere e contraddizioni impossibili da mascherare. Pierre e Marguerite hanno tutte le caratteristiche della coppia progressista: saldi principi morali, una madre (di lui) sessantottina, la posizione giusta sulla guerra russo-ucraina e persino il corretto rifiuto di una certa tradizione culturale francese – con Pierre che biasima il conformismo e la brutalità non inclusiva di Asterix & Obelix come lettura per il figlio – ma tutto questo crolla non appena Gianina smette di coincidere con il ruolo che le è stato assegnato. Nel momento in cui i suoi bisogni entrano in conflitto con quelli della famiglia, l’empatia progressista dei padroni rivela il proprio limite e l’unica forma di “rispetto” che resta è quella del denaro: usato prima per compensare il rinvio delle vacanze della ragazza, poi il loro annullamento, infine per trovare una soluzione di comodo. Un gesto che rende ancora più evidente, e in un certo senso più violenta, l’affermazione del potere di una parte sull’altra.
La complessità con cui Jude riveste la vicenda – servendosi di un’ironia sottile e controllatissima, soprattutto nella caratterizzazione di Marguerite e Pierre, rispettivamente Mélanie Thierry e Vincent Macaigne quest’ultimo davvero straordinario – oltre a richiamare il cinema di Michael Haneke, soprattutto 71 frammenti di una cronologia del caso e Happy End, dove emergono situazioni analoghe, è funzionale a mettere in crisi lo sguardo e la narrazione tradizionali di questo tipo di cinema. Che non è un dramma borghese, né una farsa grottesca, né tantomeno un thriller psicologico.
La distanza realista che il regista rumeno riesce a ottenere, ammantando tutto di un forte accento ironico, restituisce infatti uno spaccato del nostro mondo – fatto di privilegi e pregiudizi più o meno espliciti – molto più fedele e credibile di tante altre forme di rappresentazione. E basta questa capacità di vedere le cose senza semplificarle, di trasformare i conflitti in un discorso sul nostro presente storico per fare di Le journal d’une femme de chambre il gande film che è. Scusate se è poco!