Adam (Adam Bessa) è un giovane senzatetto dall’oscuro passato costretto a vivere in precarietà e a passare le giornate girovagando. In metropolitana evita uno scippo ai danni di una donna che, per gratitudine e pietà, cerca di trovarle un lavoretto: aiutare nel trasloco la scorbutica zia. La zia, Sylvie (Isabelle Huppert), è una scrittrice che ha probabilmente già alle spalle i suoi giorni migliori: abita un appartamento délabré, infestato da libri e da topi, e mal sopporta l’invasione di quell’estraneo nel suo universo tanto fatiscente quanto personale. Sylvie cerca ispirazione per il suo nuovo romanzo spiando con un canocchiale tre persone che abitano in uno studio al di là del boulevard. Lì si ricreano effetti sonori mimetici, che riproducono una realtà naturale con trucchi del mestiere. Un soundstage che imita e trasforma la realtà: proprio come in un romanzo.
Il triangolo, professionale prima e sentimentale poi, riguarda Anna (Virginie Efira in versione bruna) e i suoi due colleghi, differenti per età e attitudine, Pierre (Vincent Cassel) e Christophe (Pierre Niney). Vediamo la loro storia dipanarsi sullo schermo per accorgerci presto che ciò a cui assistiamo è la trama del romanzo, il filo della scrittrice che si intrufola e stravolge i dati del mondo reale. Ma quando il romanzo di Sylvie viene ridicolizzato dalla sua editrice fino a spingerla a gettar via il progetto come cartaccia senza futuro, Adam prende il testimone della manipolazione impossessandosi della storia come fosse sua e facendo irruzione nella vita reale dei personaggi messi in scena. Anna, Pierre e Christophe diventano le loro figure reali: Nita (improvvisamente bionda) suscita il fascino e la curiosità di Adam che ha l’ardire di intromettere un suggerimento di finzione, peraltro non sua, nell’interstizio tra il reale e la fantasia. Le relazioni vere sono uno specchio distorto di quelle immaginate e la fusione tra il romanzesco e il vissuto creano tra i personaggi/vittime frizioni sempre più scomposte.
Asghar Farhadi si interroga su quale sia il nesso tra vero e falso, sulla relazione tra polarità opposte filtrate dalla creatività, su quale possa essere, in fondo, il senso ultimo della finzione. Sylvie lo espone in un breve dialogo: come può entrare un’anatra in una bottiglia? Presto detto: l’anatra è vera, la bottiglia è vera, l’anatra nella bottiglia è immaginazione. La forzatura della realtà (il salto dell’acrobata) che ogni autore – e in questo caso Farhadi – mastica come nutrimento principale del proprio atto creativo. Il problema di Histoires parallèles è che lo stesso autore iraniano (alla seconda trasferta francese dopo Il passato, che aveva una forza metaforica meno ostentata e più sottile) sembra il primo a raccontare il suo film come un gioco combinatorio tutto teorico dove i personaggi tendono a perdersi, a diventare figurine bidimensionali incastonate in una burla narratologica.
Ispirandosi (molto) vagamente al sesto capitolo del Decalogo di Krzysztof Kieślowski – senza mantenere né la tensione morale né il nitore cinematografico dell’originale –, Farhadi sembra sciogliere la sua ricerca – filo conduttore di tutto il suo cinema – su caso, destino e inafferrabilità del reale in un pastiche di inusuale leggerezza che però rende brutalmente superficiale ogni ricerca di introspezione dei personaggi, paradossalmente frammentati quanto bidimensionali, tanto sofferenti sullo schermo quanto inerti nel loro potenziale empatico. Certo, l’eleganza della messa in scena e la dedizione glamour del cast (in cui compare anche un’acida e carismatica Catherine Deneuve) rendono la visione di Histoires parallèles “gradevole” – con i suoi ammicchi più o meno scoperti a Simenon, a Hitchcock, a De Palma – ma di una gradevolezza che rimane monca, fine a sé stessa, lontana dalla complessità narrativa tipica del cinema di Farhadi. Più che un’escursione francese – dettata anche alla sacrosanta volontà dell’autore di non sottostare alle regole moralizzatrici del cinema di stato iraniano – quella di Histoires parallèles sembra una vacanza fatta di relax più che di spessore. Un puzzle in cui lo spettatore è il primo a sentirsi messo a lato, fuori dal nocciolo – se di nocciolo si può parlare – della questione.