Concorso

The Man I Love di Ira Sachs

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Jimmy George (Rami Malek), nella New York degli anni ’80 sta cercando di mettere in scena il personaggio di Carmen da Il était une fois dans l’Est, film del 1974 di André Brassard. Non è subito chiaro allo spettatore, ma in questa trasposizione dell’universo narrato dal drammaturgo québécois Michel Tremblay, coi suoi marginali di Montréal, prostitute, travestiti, drag queen, personaggi tragici e comici insieme, l’attore riconosce qualcosa che risuona con la sua condizione. Anche il fatto che il numero musicale veda tutti andare a un tempo proprio. Entrare nel personaggio, aderire a quel clima e a quella rappresentazione, riprodurne la verità al punto di volerne replicare le asincronie, diventa un obiettivo vitale per Jimmy, che è circondato da una comunità, di amici, complici, amanti: si capisce progressivamente che l’attenzione speciale è dovuta al fatto che il giovane, contagiato dall’hiv, ha già avuto manifestazioni gravi della malattia, benché il compagno Dennis (Tom Sturridge) gli prepari con dedizione tutte le pastiglie antivirali e gli integratori di una terapia ancora sperimentale, e il suo slancio vitale lo proietti tra le braccia del giovane vicino, Vincent (Luther Ford), appena arrivato dall’Inghilterra con gli occhi sgranati su una realtà che non sembra spaventarlo.

A Ira Sachs ci sono voluti 15 anni di amicizia e 6 film scritti in collaborazione con Mauricio Zacharias  per maturare i tempi, i modi e le prospettive per portare sullo schermo una storia ambientata direttamente nella crisi dell'aids degli anni ’80-90. C’è voluto il rifiuto di venticinque produttori  prima di arrivare alla cordata Saïd Ben Saïd - David Siegel, con un grappolo di coproduttori, verosimilmente intervenuti per coprire la presenza di una star come Malek. Il suo Jimmy è la nucleo aggregante e al tempo stesso motore problematico del film, che vive la condizione paradossale di essere abitato da un protagonista che è difficile da amare per davvero, che sembra costantemente displacé rispetto alle persone che gli stanno intorno e alle situazioni dove gli è chiesto di agire.  Perfino la performance dello standard gershwiniano da cui il film prende il titolo è “tirata via”, sfiatata, fuori tempo, fragile. Jimmy è oggetto desiderato e desiderante fuori misura ma non bigger than life, forse è semplicemente il suo modo di vivere il tempo che resta, un tempo preso in prestito alla morte, mettendo tra parentesi le insicurezze e appunto le fragilità.

Il cinema di Ira Sachs è un cinema della fragilità, per sua stessa ammissione, “credo che sia l’elemento più importante del mio cinema”: e sia chiaro che in questo caso non è sinonimo di debolezza. La fragilità di The Man I Love, il suo essere strutturalmente centrifugo, il suo seminare spunti che continuano a lavorare sulla distanza a dispetto dell’intreccio in sé, che è molto semplice, è una condizione nutrita di cinefilia e curiosità instancabile. Nel limitare le filologie da period drama, perlomeno nell’elaborarle in una maniera che non accarezza le mode del mercato mainstream, Sachs introduce tutti gli ingredienti del cinema che gli piace e che lo guida da sempre. Ma non lo fa solo evocandolo visivamente, non passa dalla mera citazione, prepara piuttosto il cast in modo che i rifierimenti, da Pialat (il modello era il Van Gogh del 1990), a Chantal Ackerman, al Cassavetes di Prima della prima, al Tremblay teatrale e cinematografico, a Borrowed Time di Paul Monette (ma la lista è ovviamente lunghissima) siano assimilate, per ripartire da zero. Per questo stride, ma si immagina volutamente, l’interpretazione Actor’s Studio di Malek, per un eccesso di naturalismo che agli altri interpreti viene negato.

Per questo e altri motivi è un film anfibio, The Man I Love, americano ed europeo,  misurato e debordante, anglofono e francofono, parsimonioso e bulimico. Un film dove si ascolta all’improvviso La bambola di Patty Pravo e ci si stupisce per la performance di Rita Pavone-Giamburrasca en travesti; dove zittiti dai vicini ci si concede una divagazione, un momento di improvvisazione canora, come nelle migliori compagnie di artisti, per i quali la creatività un fuoco che non può essere facilmente tenuto a bada. È musica anfibia perché bilingue, e a ben vedere di vite ne ha anche più di due, la canzone che forse meglio di tutte incarna il senso di retrospezione senza nostalgia del film di Sachs, interpretata da Jimmy cercando di recuperare tutte le energie possibili: Look What They’ve Done To My Song, Ma, di Melanie Safka, un successo del 1970 poi cantato tra gli altri anche da Dalida:
Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone, mamma
Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone
Beh, è l'unica cosa che sono riuscito a fare più o meno bene
E sta andando tutto storto, mamma
Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone

Cos’ha fatto Jimmy a The Man I Love, certo, e alle canzoni di Tremblay? ma cosa fa il film, cosa fa il cinema alle storie di Jimmy e di tutti gli altri che nella crisi dell’aids hanno abbandonato il mondo troppo presto e troppo in fretta, cosa hanno fatto alle loro canzoni? Nel bene, e nel male Jimmy e gli altri hanno lasciato un senso del tempo, la possibilità che un Vincent, alla domanda impostata all’imperfetto “lo conoscevi?” possa rispondere al presente “È un mio amico”.