Concorso

La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi

focus top image

All’origine c’è una pièce di Alberto Conejero, La piedra oscura, che racconta l’incontro tra Rafael Rodríguez Rapún, membro del fronte repubblicano arrestato dai falangisti nell’estate del 1937, e il suo carceriere Sebastián nei giorni precedente l’esecuzione del prigioniero: un serrato confronto tra due uomini divisi da estrazioni e convinzioni politiche, uno colto e raffinato, l’altro ingenuo e ignorante, su cui aleggiano il fantasma di Federico García Lorca (del quale Rapún era stato amante) e della sua opera teatrale incompiuta, La bola negra.

Le due star del cinema spagnolo Javier Calvo e Javier Ambrossi, soprannominati «Los Javis», registi e sceneggiatori soprattutto di serie tv, hanno rielaborato il dramma teatrale di Conejero e ne hanno tratto una versione cinematografica che trasforma la relazione ambigua fra i due soldati in una chiara attrazione omosessuale. Inoltre, a partire proprio dal testo incompiuto di Lorca (di cui restano appena quattro pagine) ne immaginano il possibile contenuto e tracciano un ambizioso quadro storico-individuale che attraversa i decenni e segue l’eredità storica della lotta per i diritti degli omosessuali.

Per ciascuno dei suoi periodi, il film ha dei protagonisti: nel 1937 Rafael e Sebastián, i due nemici che finiranno inaspettatamente per innamorarsi e uniranno il loro destino nella vita e nella morte; nel 1932, nella messinscena del testo di Lorca, Carlos, giovane omosessuale che chiede di essere assunto in un casinò e deve attendere la votazione (bola negra, pallina nera, no; bola bianca, pallina bianca, sì) di un consiglio formato da militari, nobili e cardinali; ai giorni nostri, Alberto, ricercatore di storia gay che eredita dal nonno un misterioso pacco…

La sceneggiatura dei due registi interseca le vicende e ne rivela poco alla volta il filo conduttore, mantenendo al centro la questione del desiderio omosessuale e della sua rivendicazione. Tale prospettiva evolutiva e liberante accomuna come di consueto storia collettiva e storia individuale, ma finisce per assecondare la prima alla seconda, riducendo le tensioni di uno dei conflitti politici cruciali del XX secolo a una mera questione di scoperta di sé e riconoscibilità delle persone omosessuali.

La bola negra è volutamente pop, didattico, melodrammatico, rumoroso, pieno di canzoni, balli, numeri di teatro (due interminabili interpretati da Penélope Cruz, in veste di madrina protettrice dei due registi), momenti tragici e altri rivelatori: un romanzo popolare, insomma, che rivendica orgogliosamente (e anche giustamente, dal proprio punto di vista) la grossolanità come possibile militanza.

Il suo problema, però, sono semmai l’ambiguità storiografica con cui è raccontata la guerra civile spagnola – a partire dal fatto che più volte viene detto e mostrato che i veri violenti erano i fascisti italiani arrivati in soccorso di quelli spagnoli, i quali restano incredibilmente sullo sfondo – e soprattutto l’approccio semplificatorio che riduce la Storia con la S maiuscola, quella che ha visto i franchisti prevalere militarmente sui repubblicani distruggendo villaggi, massacrando civili, assassinando il massimo poeta spagnolo non solo per la sua omosessualità ma anche per il suo credo politico dichiarato, cosa che nel film non viene mai detta, a una mera questione di rappresentazione individuale.

Non essendo un testo teatrale essenziale, ma un affresco storico che mira alla completezza (altrimenti i due autori non si azzarderebbero a fare quello che fanno, a farlo durare quasi tre ore e a dire cose come: «Volevamo trasformare la storia di Sebastián e Rafael in una storia d’amore queer e impossibile e inserirci nella linea temporale attuale, interrogandoci su come gestiamo la nostra eredità»), La bola negra diventa in questo modo un film declamatorio, quando non mistificatorio, a prescindere dal tema che tratta e dalla verità storica dell’opera perduta di Lorca.

Proprio la storicizzazione del lavoro sul testo originale diventa rivelatrice delle intenzioni dei due registi. Nel film, infatti, compare anche una docente di letteratura spagnola, interpretata da Glen Close, che dice d’aver cominciato a studiare Lorca (che in un suo libro definisce semplicemente «un poeta gay»), perché sorella di un uomo suicida per la sua omosessualità… Per gli Javis, insomma (ma non solo per loro, dal momento che è un problema di tanto, troppo cinema contemporaneo), le scelte personali nascono sempre da un trauma, dunque da una ragione esplicabile o comprensibile, e mai da una volontà o un desiderio slegati da circostanze tracciabili o giustificabili.

È ovvio, naturalmente, che il cinema ha bisogno di soggettività e individualità (a Cannes l’hanno mostra diversi altri film, da Fatherland a Moulin, a Notre salut), ma compito di ogni cineasta dovrebbe essere abbracciare la complessità degli eventi, la sovrapposizione dei conflitti, non al contrario adattarli a una tesi di fondo, per quanto animata da buoni propositi.

Gli Javis, invece, sintetizzano, risolvono, accomunano, e ciò che fanno a livello ideale (o ideologico) lo fanno anche a livello narrativo, rivelando nemmeno troppo discretamente la natura principalmente seriale del loro lavoro: troppa materia in troppo poco cinema, per quanto interminabile. Ma anche questa sarà un’altra delle ragioni per cui La bola negra, proprio per via dei suoi limiti così in sintonia coi tempi, sarà un grande successo.