Quest’anno sei dei venti film che competono per la Palma d’oro sono girati in pellicola. Tra questi – El ser querido, The Man I Love, Gentle Monster, Sheep in the Box, La bola negra, Paper Tiger – c’è anche Moulin di László Nemes, il meno sorprendente di tutti, dal momento che il regista ungherese ha finora sempre utilizzato il 35mm e non ha fatto eccezioni per questa nuova incursione nella Seconda guerra mondiale, dopo Il figlio di Saul, con la quale è tornato a Cannes a soli nove mesi dalla presentazione a Venezia di Orphan, la sua precedente coproduzione franco-ungherese.
Moulin è per intero una produzione francese, commissionata al regista dal produttore Alain Goldman, ed è un un’operazione celebrativa di uno dei martiri della Resistenza all’occupazione nazista, il Jean Moulin del titolo, interpretato da Gilles Lellouche e raccontato nei giorni che precedettero il suo arrestato a Lione, nel giugno del 1943, e nel corso della prigionia che lo avrebbe portato a morire il luglio successivo, a bordo del treno che lo portava in un campo di prigionia tedesco.

Questa la traccia narrativa del film, diritta, senza deviazioni, dall’aereo che da Londra paracaduta Moulin in Francia all’incontro a Parigi con gli altri capi della Resistenza; dall’attività di copertura come decoratore a Lione all’arresto con altri compagni e poi alle torture e all’anticamera della morte. Nemes non cerca una posizione morale da cui guardare alla storia, né offusca la visione attraverso la prospettiva soggettivizzata del protagonista, ma usa la forma del biopic e, per l’appunto, la pellicola (a Cannes il film è stato per di più proiettato in 35mm) per calare lo spettatore dentro la cupezza del momento storico e far emergere in modo immersivo e viscerale la natura dei personaggi.
La materialità del supporto offre a Nemes – come anche al James Gray in Paper Tiger – l’occasione per creare atmosfere notturne e cupissime sia fuori sia dentro la prigione, lasciando alla superficie delle immagini, più che al loro senso e alla loro giustificazione, il compito di raccontare la posizione di un uomo di fronte alla prospettiva della morte e, prima ancora, alla giustezza morale delle proprie scelte, e non da ultimo alla sua paura del dolore e della sconfitta.

I riferimenti di Nemes sono, da un lato, Un condannato a morte è fuggito, ripreso nell’incontro di Moulin con un giovane partigiano in cella e nelle sequenze delle passeggiate in cortile, e dall’altro Va e vedi di Klimov, idealmente citato quando il torturatore di Moulin, il famigerato Klaus Barbie (interpretato con eccessi di grand guignol da Lars Eidinger), racconta il trucidamento di bambini in Bielorussia e in generale nel tono disperatamente drammatico e a tratti quasi grottesco del film. Lo scontro tra il prigioniero e il suo carceriere, che occupa tutta la seconda parte di Moulin, si fa cinema puro, morale e spettacolare insieme, proprio in virtù della dimensione classica dei due protagonisti, l’uno espressione di una scelta sempre possibile tra vita e morte, onore e caduta, («Tu non vuoi essere un eroe», gli dice Barbie, «tu vuoi essere un martire!»), l’altro di un’amoralità nichilista che riconduce il nazismo, non tanto o non solo a un cliché cinematografico (che è sempre il rischio di operazioni come questa, anche di fronte a una figura effettivamente mostruosa come Barbie), ma a una deriva naturale eppure incidentale della storia.
Sarà forse frutto di una disabitudine alla grana pastosa della pellicola, ma la messinscena controllatissima ed estetizzata di Nemes evoca nel bene e nel male cinema di altre stagioni, operazioni di una volta come, per dire, I diavoli di Wajda. Nonostante la sua confezione iper-controllata, Moulin è un film attraversato da una tensione che finisce per deflagrare soprattutto nelle sue immagini offuscate, nei toni ocra, marroni e nerissimi (o all’opposto abbacinanti, con le luci del grande direttore della fotografia Mátyás Erdély che tagliano l’ambiente) di inquadrature mai fuori posto, mai di troppo, capaci di creare in crescendo momenti di grande emotività come il canto della Marsigliese dei prigionieri in attesa della fucilazione o i primi piani brevi ma profondissimi e folgoranti che illuminano il coinvolgimento di cittadini francesi nella vergogna dell’occupazione nazista.

Se un limite Moulin ce l’ha, è proprio la sua immediatezza narrativa, l’assenza di un filtro tra il regista (che ha lavorato su una sceneggiatura di Olivier Demangel) e la sua rappresentazione, quasi Nemes, perseguitato ancora da Il figlio di Saul, fosse ancora chiamato a dare una pregnanza, diciamo, concettuale ai suoi lavori. Ma proprio perché raro, un film così, e proprio perché siamo ancora innamorati dell’aura che vuole ricreare - dell’allure lontana che riporta in vita - sarebbe più giusto lasciarlo andare, grave e travolgente come la storia.