Concorso

Amarga navidad di Pedro Almodòvar

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Madrid, 2004. Elsa (Bárbara Lennie), in una notte di fulmini, ha un feroce mal di testa. Tanto forte che chiede al suo accudente compagno di portarla al pronto soccorso. Con uso consapevole e parsimonioso dei flashback, Pedro Almodòvar ci presenta i personaggi. Elsa è una regista con due film ormai lontani alle spalle, diventati di culto – quindi, per sua stessa ammissione, fallimenti commerciali con un seguito di “fedeli” – ora alle prese con una fortunata carriera pubblicitaria. Il suo fidanzato, Bonifacio, è un pompiere che nei fine settimana arrotonda il salario facendo lo spogliarellista alle feste di addio al nubilato. Proprio a una delle sue performance i due si sono conosciuti, diversi eppure attratti, uniti dalla scusa/casualità di uno spot per intimo maschile che Elsa deve girare. Scopriamo presto però che Elsa e Bonifacio, e il mondo che gravita loro attorno, che presto conosceremo, sono i protagonisti di una sceneggiatura che, nel 2024, sta scrivendo il celebre regista in crisi Raúl (Leonardo Sbaraglia), che attinge, per ritrovare una spinta creativa, al proprio vissuto osservando e metabolizzando che gli passa accanto. La finzione, ovviamente, prende strade autonome dalla vita però, in qualche modo, la rispecchia, la succhia, la manipola, la vampirizza.

Amarga navidad, l’ultimo film di Almodóvar, salta tra passato e presente, tra storia inventata e vita vera non mettendo mai in scena una differenza tra realtà e finzione. Anzi: mescola i piani dando loro pari dignità, come ad affermare una fluidità ostentata tra i racconti. Seguendo il passo riflessivo dei suoi film più recenti – apparentemente lontani dalla febbrile trasgressività delle opere che lo hanno reso famoso e che hanno costruito una traccia riconoscibile – Almodóvar sembra interrogarsi su quanto possa un autore distillare da ciò che osserva, entrando magari a gamba tesa nelle vite e negli affetti delle persone più care. Il proliferare di personaggi nella vita di Elsa – la sorella in crisi matrimoniale, un’amica in devastante elaborazione di un lutto, il senso di colpa di non aver saputo accudire fino in fondo la madre morente – è un continuo specchio del quotidiano di Raúl, incapace, anche quando pensa di aver finito il film, di modificare la storia per aggiungere (e rubare) stralci di emozioni, di dolori, di carne e di sangue. Anche alla sua assistente di una vita, Monica (Aitana Sánchez-Gijón), preda di un lancinante dolore personale.

Amarga navidad a tratti potrebbe assomigliare a un autodafé, a un’ammissione della colpa parassitaria insita nell’atto della creazione artistica. Durante questo Cannes si sono visti sullo schermo diversi autori all’opera, più o meno incerti sul significato ultimo dell’essere “creatore”. Dal regista di El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, che cerca di suturare le ferite familiari attraverso una traslazione dei rapporti personali in un set che rappresenta un mondo alternativo, alle scatole cinesi di Histoires parallèles di Asghar Farhadi – che regala più di un’assonanza con Amarga navidad – dove fantasia e manipolazione tendono a sovrapporsi e a confondersi. Ma se il meccanismo di Farhadi si identifica con il suo dispositivo, fino a rendere inerti i personaggi e la storia che racconta, nel film di Almodóvar è ben tangibile una scoperta sincerità, quasi una confessione.

Raccontare una storia è una finestra sul mondo che si vive e si conosce – una finestra, come quella dipinta sul quadro di Asher Liftin che apre il film – e non può, con tutta la buona volontà, che lasciare tracce profonde. Certo, Amarga navidad possiede l’eleganza deli ultimi Almodóvar – nella descrizione dei caratteri e degli ambienti, dei cromatismi e degli arredi – e gioca anche con continui rimandi interni: la Lanzarote de Gli abbracci spezzati e la canzone (la magnifica Las simples cosas di Chavela Vargas cantata da Amaia Romero) che rimanda a Parla con lei, la crisi creativa di Dolor y gloria e le rumbe affettive di Volver. Almodóvar però sa essere suggestivo senza cadere nell’autocelebrazione, vuole essere onesto senza rischiare di diventare didascalico. E la somma di tutto questo peso morale si può esorcizzare solo nell’unico gesto che conosce: raccontare e fare cinema. A modo suo. Perché in fondo, come chiude la canzone di Vargas, “si ritorna sempre ai vecchi luoghi, dove si amava la vita”.