Concorso

The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach

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Veska, la protagonista del secondo film della regista tedesca Valeska Grisebach, che arriva in concorso a Cannes ... anni dopo l’esordio Western presentato al Certain regard, di mestiere fa l’archeologa, ha una cinquantina d’anni e da Sofia è arrivata nella cittadina di Svilengrad, al confine tra Bulgaria e Turchia, per coordinare gli scavi in un sito in cima a una collina dissestata. Per Veska è un ritorno a casa, alle zone in cui è cresciuta, negli anni la fine del comunismo aveva portato a una sbornia di soldi, violenza e criminalità. Nel frattempo quel mondo è finito, le persone come Veska se ne sono andate, altre che hanno fatto fortuna si sono date una ripulita e altre ancora hanno continuato ad arrabattarsi con traffici più o meno leciti.

È a partire dall’incontro con una di queste ultime persone (il vecchio conoscente Said), e alla conseguente sparizione dell’uomo, che Veska si mette alla ricerca della verità su qualcosa che nemmeno lei capisce bene, addentrandosi in un mondo che ha conosciuto, che ancora riconosce, ma che sfugge a ogni definizione, a ogni ordine delle cose.

Non solo il comunismo è finito, nella Bulgaria di The Dreamed Adventure, ma anche ciò che è venuto dopo, l’era delle bande criminali locali (“l’era degli uomini”, come la chiama con orgoglio dei gangster rimasto al potere e con orrore la stessa Veska, l’unica che ha il coraggio di dire le cose che tutti sanno), e pure dopo ancora, lo sfruttamento della tratta di migranti dal Medio Oriente diretti verso l’Europa che conta davvero.

In questo mondo alla fine del continente, e forse anche alla fine della sua funzione ruolo storica, tra edifici abbandonati occupati da lavoratrici polacche, villaggi svuotati di persone, traffici illeciti gestiti da mafiosi più o meno potenti, muri pieni di fotografie di persone probabilmente passate di lì e scomparse, ricordi di violenze perpetrate e rimaste impunite, Veska abbandona le sue ricerche archeologiche e indaga – e idealmente scava – alla ricerca dell’amico e dei segni di un passato prossimo ormai scomparso ma ancora gravido di violenza, potere, sopruso, anche di maschilismo putrido e osceno sempre pronto a ripetersi.

In oltre due ore e mezza di film fatte apparentemente di nulla, e cioè di incontri, passeggiate, viaggi in macchina, intrufolamenti, pericoli sfiorati, sfioramenti con una microcriminalità alla quale tutti gli uomini in qualche modo appartengono, Valeska Grisebach racconta wendersianamente, con un cinema dai tempi dilatati e il passo anti-narrativo, il falso movimento di una donna tornata alla sua terra desolata. Una terra di confine, per l’appunto, instabile e indefinita, porosa e stratificata, che non ha più nulla da raccontare, e dunque nemmeno da nascondere, dove tutti vengono a sapere tutto di tutti, le persone appaiono e scompaiono e la tensione non esplode mai perché già esplosa e rimasta nell’aria, come una minaccia perenne.

The Dreamed Adventure non diventa perciò mai un thriller, e nemmeno un’avventura (come suggerisce il titolo), ed è un film “in possibilità”, come del resto le ricerche della sua protagonista, seguita dalla macchina da presa a mano, ripresa di spalle o frontalmente e immersa in uno spazio che attraversa in orizzontale, allargandosi da paese a paese, di collina in collina, quando al contrario da archeologa scava in verticale, alla ricerca dei sedimenti del tempo.

Nel presente di Svilengrad e dei suoi paesi limitrofi – paesi quasi senza bambini, dove i più vecchi sono minatori in pensione o ex carcerati – tutto è invece disposto sullo stesso piano; la storia è finita (qualcuno dice che il traffico dei migranti ha ancora qualche possibilità di guadagno, anche se ormai tutti è controllato dalla polizia di confine, per quanto nel film non si veda un solo rappresentante della legge) eppure è ancora gravida di effetti, come un peso che grava sulle spalle di ciascuno.

Con un tale movimento ampio e senza apparente direzione, il film è volutamente dispersivo, ripetitivo, come un road movie da fermo, o una giostra che gira a vuoto (qualcosa di simile succedeva anche in Orphan di Nemes, a conferma di una modalità narrativa tipica del cinema contemporaneo, una coazione a ripetere che contiene i semi del fallimento di ogni ricerca). Nel corso del film diventa evidente che la tensione non porterà mai a una vera e propria deflagrazione e pure il confronto apparentemente risolutivo tra Veska e uno dei gangster della sua giovinezza, nel frattempo diventato un signorotto locale padre di una bambina, non ha la pregnanza di un dialogo alla Ceylan o alla Mungiu e nel momento in cui rivela il perpetrarsi di una violenza maschilista ancestrale, animalesca, disinnesca anche in questo caso la possibilità dell’azione.

L’Europa finisce dunque in una terra – e in una storia – di nessuno, in un paesaggio di confine senza orizzonte che un tempo cineasti come Angeloupulos potevano ancora rappresentare come gravido di simboli e segni della Storia (Lo sguardo di Ulisse, Il passo sospeso della cicogna) e oggi appare invece come un enorme, indistinto scavo archeologico in cui scavare, per il momento, non serve a nulla.