Concorso

Notre salut di Emmanuel Marre

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Il numero di film che tornano sulla Seconda Guerra Mondiale in questa edizione di Cannes ci dice più di qualcosa del rapporto tra l’oggi e la Storia. Soprattutto, il fatto che il cinema francese (o almeno francese di produzione) senta il bisogno di tornare  a raccontare la guerra,  l’occupazione nazista, la resistenza, la politica di De Gaulle dice di una relazione che ancora merita di essere interrogata. Soprattutto se il bisogno che emerge è quello di ricorrere a una narrazione epica della Storia in cui sono gli eroi a segnare il passo della condivisione di una memoria che forse si trova a fare i conti con un’identità nazionale da tornare a consolidare, come è il caso per Auteuil, per Nemes e pure per Baudry – ovviamente con le debite e assolute differenze. 

Ma c’è un film, che fa qualcosa di diverso.  Emmanuel Marre con il suo Notre salut sceglie infatti di misurarsi in modo inconsueto con una pagina tutt’altro che gloriosa della Storia francese, il governo di Vichy. Non solo. Sceglie di farlo attraverso le vicende del bisnonno del regista, figura ben lontana dall’eroismo. Henri Marre è infatti un ingegnere con la fissazione per il management e l’organizzazione dei processi di lavoro; ha un passato nell’alta società ma il fallimento con cui ha dilapidato l’eredità della moglie lo ha costretto a lasciare la famiglia a Parigi per andare a cercare il suo riscatto professionale altrove. Così arriva a Limoges deciso a entrare a ogni costo nell’apparato del neonato governo di Vichy e a vendere, perché in fondo è uno che si occupa di marketing, il suo metodo di efficientamento, si direbbe oggi. 

Marre con una regia molto contemporanea (macchina a mano, fotografia sgranata, luci innaturali, inserti musicali diegetici in totale acronia storica) che smonta totalmente l’impianto del film storico, si dedica completamente a questo uomo minuscolo che entra in scena aggirandosi guardingo e un po’ subdolo in una festa dove nessuno sembra conoscerlo, cercando di compiacere il suo interlocutore del momento; un uomo grigio come lo è il suo magnifico interprete Swann Arlaud,  dolente e patetico nel suo essere pronto a tutto per costruire la sua rivalsa. Henri Marre, ambiguo senza essere spietato, capace senza essere brillante, ambizioso senza essere spregiudicato, diventa così la lente attraverso cui far emergere le contraddizioni del regime instaurato dal maresciallo Petain, l’elefantiaca struttura burocratica, la vanità, la vacuità, l’antisemitismo, la sudditanza cieca nei confronti della Germania e la trasformazione graduale e inesorabile dello Stato in un apparato collaborazionista anche grazie alla complicità delle persone qualunque e degli uomini senza qualità, come Henri. 

L’ingegnere riesce a farsi assegnare un ruolo da funzionario al Ministero del Lavoro e, insieme a un piccolo manipolo di collaboratori delineati con acume dalla scrittura di Emmanuel Marre e dai misuratissimi attori comprimari, ad avere l’incarico di occuparsi del piano per la gestione della disoccupazione. La macchina da presa continua a seguirlo, per lo più in interni, mostrando un Henri totalmente votato alla compiacenza dei suoi superiori e del regime (tanto da sparire nella tappezzeria in un'inquadratura che lo vedere seduto defilato su una poltrona), impegnato meticolosamente in una quotidianità fatta di riunioni, stesure di rapporti, lettere dettate misurando ogni parola tutto in una luce livida e indistinta. Henri non è animato da alcun movente ideologico, forse crede che la politica autoritaria e corporativa del governo del maresciallo possa davvero rigenerare la società francese o forse nemmeno gli interessa davvero. Il presente infatti sembra non interrogarlo, come sottolinea la luce che il regista, a più riprese, gli spara dritto in faccia, senza ottenere una reazione. Anche quando viene attuato il STO, il Service du Travail Obligatoire – che causò la sostanziale deportazione di migliaia di francesi mandati a lavorare nelle fabbriche tedesche – Henri sembra dubitare un istante ma non per motivi ideologici quanto piuttosto perché gli manca l’indicazione sulla decisione da prendere da parte del suo superiore. 

La macchina da presa di Marre continua a girare intorno a quell’omino, sottolineando la sua incapacità di uscire dalla piccola ambizione e la sua meschina quotidiana complicità con il male – anche senza  scomodare Hannah Arendt – che finirà per trascinarlo via, impossibilità di reggere il peso delle proprie azioni, il giudizio della moglie, la responsabilità verso i figli e condannato, banalmente, a errare ramingo e solo senza mai essere stato in grado, come tanti, di leggere il proprio tempo e di agire in esso.  È forse qui che il film trova la sua forza più inquieta, nel mostrare come la tragedia storica non passi soltanto attraverso i grandi uomini o le decisioni eccezionali, ma anche attraverso l’adattamento silenzioso di individui marginali e impercebili.