Quinzaine des Cinéastes

Les roches rouges di Bruno Dumont

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A partire dalla miniserie televisiva P’tit Quinquin, autentica epifania della Quinzaine (allora) des réalisateurs nel 2014, Bruno Dumont ha intrapreso un percorso di progressivo svuotamento dell’intenzionalità del gesto attoriale, radicalizzando un suo tratto distintivo fin dall’esordio di L’età inquieta. Dopo la breve parentesi dei film di recitazione più classica (la Juliette Binoche di Camille Claudel 1915, e poi ancora in Ma Loute, insieme a Valeria Bruni Tedeschi e Fabrice Luchini), con Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc, Jeanne, L’impero e l’ibridazione di France, che faceva convivere i divi Léa Seidoux e Benjamin Biolay e volti sconosciuti, ha fatto evolvere la scelta di attori non professionisti verso corpi esplicitamente inadeguati all’interpretazione, fuori luogo e contesto, eccessivi, slabbrati, esondanti, sfiorando la figura narrativa dell’idiot savant e l’esperienza reale della disabilità.

Di pari passo il rapporto con la realtà, che rileggeva la Storia e si faceva fantascienza e mistero, muoveva verso la profondità dell’inatteso, del naturale, dello scatenamento di una forza primordiale, che esondava nonostante il film, generando azioni incongrue, incontenibili, a creare lo stupore e la risata.

Per raggiungere il puro accidente dell’atto con Les roches rouges è arrivato ai bambini, e forse il prossimo processo sottrattivo lo condurrà a lavorare soltanto con gli animali, perché già qui i levrieri afghani rubano l’attenzione in una partita di tennis surreale più dei mimi di Blow Up, come già le mucche che, da P’tit Quinquin a France, rappresentavano il vero precipitato di verità nello spazio d’azione e di sguardo degli esseri umani. Contravvenendo all’adagio attribuito al comico di vaudeville W.C. Fields (mai lavorare con bambini e animali), Dumont segue la lezione di Robert Bresson, non già facendo ripetere all’infinito le scene per produrre una meccanicità dell’interpretazione capace di annullare qualsiasi introspezione o consapevolezza, ma andando alla radice della naiveté, per cogliere l’azione alla radice, prima ancora di essere contaminata da qualsivoglia riflessione (o paura) dell’effetto.

La storia potrebbe quasi far pensare all’Abdellatif Kechiche di Mektoub, My Love: spiagge, corpi in costume, un esemplare maschile carismatico intorno al quale si organizzano le relazioni, due femminili in competizione, un antagonista, sfregamenti di corpi, colpi, violenze, prove eroiche. Soltanto che i protagonisti sono bambini di età compresa tra i cinque e gli otto anni. Géo, il mini-maschio alfa, possiede una mimica incontenibile (quasi al confine con la sindrome di Tourette), è un micro-seduttore completamente instabile (sui piedi, nei gesti, nelle smorfie), adorato dalla dolce Manon, succube come possono esserlo soltanto le grandi innamorate del mito e della letteratura, o le bambine che trascorrono le giornate tra il mare, la macchia mediterranea e la roccia, con gli amichetti. Nel loro ménage irrompe Eve, vezzosa, ricca, l’unica di cui possiamo esplorare sia le abitazioni che la genealogia parentale, fino ai nonni, italiani, stonati, e che porta su di sé la maledizione della convenienza. La bambina del mare a hanno detto: non giocare con quelli lì, cambiati il costume, non saltare dalle rocce, non fare il bagno al largo che è pericoloso…

Lei lo fa, perché è libera e affascinante, ma già impegnata con il borghesissimo B., geloso e anche piuttosto violento.

Per portare in superficie la contrapposizione di classe a Dumont basta scegliere due mezzi di trasporto meravigliosamente incongrui: quad elettrici per il gruppo dei proletari, una Jeep-giocattolo per i bambini (dei) ricchi.

La riduzione del racconto a fiaba agisce su tutti i livelli: il mondo degli adulti rimane quasi completamente fuori campo, il tempo è sospeso in una dimensione astratta di vacanza, da inizio o fine stagione, con spiagge e piscine semi-deserte, la natura sembra aver preso il sopravvento sulla consuetudine urbana. Al suo interno, i corpi infantili si perdono e si fondono, tanto nei campi lunghissimi che seguono le scalate e i tuffi sulle roche rouges del titolo (i faraglioni a picco sul mare della costa francese a sud-ovest), quanto in quelli ravvicinati mentre nuotano, lacrime bianche stagliate sul rosso e il marrone, oppure sotto il pelo dell’acqua, immersi nel blu.

Un piccolo regno sottratto al regime della realtà, con confini precisi (Ventimiglia, il treno che porta anche noi spettatori dentro e fuori l’illusione temporanea di Cannes), e pochissime incursioni normative (i genitori che impediscono, la géndarmerie che vorrebbe impedire i tuffi e indaga sulla botta in testa che Géo ha rifilato a B.).

Il cinema di Dumont si fa insieme sempre più dolce e più estremo, e ci consente di usare una formula spesso inflazionata, ma che qui può recuperare la sua sostanza: è cinema puro.