Toglietemi tutto tranne i soldi per la benzina della moto, l’Inter e Elvis. Per chi ama l’America è impossibile infatti non amare questo straordinario personaggio, una icona pop che ha cambiato una volta per tutte la storia del costume quasi senza rendersene conto, e che la rappresenta e incarna come nessun altro forse, nel bene e nel male. Non voglio sembrare retorico, ma uno dei ricordi che trattengo di più dai miei tanti viaggi negli States è aver dormito nella stessa stanza del Route 66 Rail Haven a Springfield, Missouri, il motel dove Elvis passò una notte nel 1956 (alla parete è attaccata copia della ricevuta di pagamento con la sua firma). Baz Luhrmann aveva già dedicato a Elvis nel 2022 un lungometraggio di finzione, un biopic (Elvis) che avevo trovato, dal mio punto di vista, piuttosto malinconico, dato che si concentrava soprattutto sull’ultima parte della sua vita, descrivendone con puntiglio la inesorabile decadenza fisica, le numerose dipendenze, i problemi della vita privata, la scomparsa prematura per un arresto cardiaco causato da abuso di farmaci…

Qui, nulla di tutto ciò. Si segue, come in un eterno incancellabile presente, esclusivamente l’Elvis uomo di spettacolo in azione sul palcoscenico, pedinandolo lungo la serie di concerti che tenne negli anni Settanta, rigorosamente in territorio americano. Perché, ed è paradossale, questa icona che ha sedotto e influenzato generazioni di ogni angolo del mondo non è mai uscita dai confini degli States, se non per il periodo del servizio militare nella Germania Ovest. Ciò anche e soprattutto a causa della protervia del suo manager, il famigerato, ludopatico colonnello Tom Parker, che temeva di perdere il controllo della sua gallina dalle uova d’oro. Nel documentario di Luhrmann entriamo in contatto fisico con Elvis, la macchina da presa gli sta spesso incollata sul volto ancora bellissimo, ne scruta i rivoli di sudore che colano. Apprezziamo il musicista che si esibisce senza risparmio davanti al suo pubblico in estasi e osannante, con punte di isterismo alla Beatles (ed Elvis esegue effettivamente le canzoni del quartetto di Liverpool, che ammise sempre il debito con lui, l’inventore dell’iconografia rock). Ci gustiamo la sua confidenza con la band, amici più che dipendenti, gli scherzi in camerino, il dietro le quinte, lo scrupoloso professionismo nel preparare ogni singolo concerto, l’assoluta dedizione nei confronti del pubblico che va sempre gratificato, le sue discese dal palco per abbracciare e baciare i fan, a rischio dell’incolumità fisica.

Elvis brilla splendente grazie alla sua inimitabile voce, forse la più bella del Novecento, ai suoi celebri gesti iconici, alla sua presenza scenica insuperata e insuperabile, ai suoi stravaganti abiti di scena, alla sua carica magnetica ed erotica. Apprezziamo fino a che punto funziona la totale identificazione tra l’icona e l’America, l’immortale America pop. Il fatto stesso che Elvis non si sia mai esibito fuori dagli States, se da un lato è un peccato mortale, dall’altro però rafforza questa sensazione di totale interdipendenza tra il divo e la sua terra. Elvis, da un certo punto di vista, “è” l’America, nella sua miscela di grandezza e miseria, apparenza ed essenza, in una misura sconosciuta a chiunque altro. Del resto, basta girare un po’ per gli States per rendersene conto, osservando il numero pazzesco di memorabilia varie che pullulano in ogni dove. Elvis vive, come forse nessun altro americano. Questo “eterno presente” è giustificato proprio dal modo in cui conduce i suoi spettacoli, in un rapporto unico, personale, intimo, a tu per tu tra il performer e il suo pubblico, che come in un ologramma rappresenta l’America tutta. Lungi dall’apparire una icona distante, è invece un uomo che appartiene al suo pubblico. Il grande merito del documentario è portare alla luce questa identificazione, anche ingenua ma irresistibile. Il fatto che il film sia di tanto in tanto inframmezzato da brevi squarci o flash sul passato di Elvis, rigorosamente in bianco e nero, certo nostalgici ma in fondo complementari premesse di questo eterno presente, non rallentano mai il ritmo del racconto dei concerti, che è ciò che importa. Grazie, Baz.
Il documentario diretto da Baz Luhrmann si basa su rari filmati d'archivio recentemente ritrovati, risalenti ai primi giorni della residenza di Elvis Presley a Las Vegas. Quella che doveva essere un’apparizione temporanea all’International Hotel, nell’estate del 1969, si trasformò in un evento epocale, dando il via a un impegno che sarebbe durato oltre sette anni e avrebbe ridefinito la carriera dell’artista.