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A volte basta una sequenza, una sola ma memorabile, per consegnare se stessi alla leggenda di Hollywood. Ci riferiamo a quella in cui in un bar frequentato, in Harry ti presento Sally (1989), Sally (Meg Ryan) simula un rumorosissimo orgasmo davanti a una bibita, imbarazzando il suo dirimpettaio, l'amico Harry (Billy Crystal) e scatenando curiosità ma anche humour tra i presenti, tra cui quella che nella vita è la madre del cineasta, Estelle Lebost: “Vorrei quello che ha preso la signorina!”.

In realtà Rob Reiner (1947-2025) era già avviato a una brillante carriera nel cinema. Figlio d'arte, con il padre Carl (attore e regista, l'uomo che ha vinto più Emmy in carriera, ben 9, gran comico che in età vetusta amava dire: “mi alzo ogni mattina, guardo i necrologi e se non compare il mio nome faccio colazione”), cresciuto nel quartiere in di Beverly Hills, iniziò davanti alla macchina da presa, in tv (la serie Arcibaldo, 1971-1978 , gli regalò ben due Emmy Award) e al cinema, solitamente in spigliate commedie (da Senza un filo di classe, 1970, diretto dal padre, a Insonnia d'amore, 1993, di quella Nora Ephron anche sceneggiatrice di Harry ti presento Sally, e fino al più recente The Wolf of Wall Street, 2013, di Martin Scorsese).

Come regista, la sua carriera prende l'avvio nel 1984 con il finto documentario su un gruppo hard rock This is Final Tap (curiosità: si concluderà nel 2025 con una sorta di sequel, Spinal Tap II: la fine è solo l'inizio), ma quasi subito infila una serie di cinque successi che ne fanno il cineasta d'oro della Hollywood degli anni '80: Stand By Me (1986), La storia fantastica (1987), il citato Harry ti presento Sally, Misery non deve morire (1990, secondo film da Stephen King, una delle prime opere della da lui fondata casa di produzione Castel Rock Entertainment, in omaggio allo scrittore), il bel legal thriller d'argomento militare Codice d'onore (1992, peraltro unica sua candidatura agli Oscar come film) con Tom Cruise e Jack Nicholson in gran spolvero.

In seguito, come dire, il suo Re Mida Touch si appannerà. Non senza aver comunque regalato alle platee internazionali ancora qualche successone comedy, come Genitori cercasi (1994), Il presidente – Una storia d'amore (1995) e un altro robusto e impegnato drama thriller: L'agguato (1996). Ma, pur dirigendo sempre star sulla cresta dell'onda (Bruce Willis, Kevin Costner, Shirley MacLaine, Jennifer Aniston, Jack Nicholson, Michael Douglas, Diane Keaton), verso il 2000 fu come se rivolgesse le sue attenzioni altrove, verso un cinema indipendente, forse più “vero” e impegnato.

Così, con la maturità avanzata, si alternò tra titoli economicamente meno impegnativi ma intelligenti e qualche miniserie tv. Tra i titoli ricordiamo Being Charlie, 2015 (in cui riversò situazioni della sua vita familiare: “il lavoro più intimo di tutta la sua carriera”), il biografico (e critico) LBJ, 2016, nonché il fieramente anti-Bush Attacco alla verità, 2017, con Woody Harrelson, Tommy Lee Jones, Jessica Biel, che evidenziava l'ipocrisia e le falsità che portarono all'invasione dell'Iraq e che forse per questo fu mortificato, nonostante il cast, in una distribuzione limitata.

Che aggiungere? Una vita che sarebbe stata piena e tutto sommato appagante di una persona paciosa e sensibile (“la gente può essere ignorante e al contempo avere amabili qualità umane”), votata a battaglie umanitarie in favore dell'infanzia e dell'educazione, accanto alla seconda moglie, la nota fotografa Michele Singer (con cui ebbe tre figli, Jake, Nick dalla gioventù tribolata e Romy, mentre dalla prima moglie, la celebre regista Penny Marshall, nacque la primogentita Tracy). Purtroppo, due vite stroncate da una serie di coltellate proprio nella loro lussuosa villa a Los Angeles.