Quinto film nel programma del Concorso Internazionale al 79° Festival di Locarno, Ketticè è la seconda regia di Giovanni Tortorici, prodotta da Luca Guadagnino – di cui il giovane regista è stato assistente prima di passare dietro la macchina da presa – e interpretata da attori non professionisti, fatta eccezione per la partecipazione di Monica Bellucci. Dopo la deriva alienata dello studente universitario di Diciannove (esordio registico del 2025), Tortorici riavvolge il nastro del coming-of-age per raccontare l'adolescenza di due ragazzi a Palermo, nel 2012.
L’incontro tra Giulio, rampollo della borghesia palermitana cresciuto in un palazzo aristocratico, e Ketty, ragazza di periferia nella cui quotidianità la criminalità è la norma, mette in scena una distanza di classe che emerge anche attraverso la lingua: all’italiano regionale di Giulio si contrappone il dialetto palermitano stretto e sboccato di Ketty (e delle sue amiche), che proprio per la sua estraneità esercita sul ragazzo un fascino ribelle. Giulio trova nel rapporto con Ketty, l’unica ragazza che non lo desidera sentimentalmente, una complicità esclusiva che sembra sottrarlo temporaneamente alle aspettative e permette di scoprire le reciproche vulnerabilità, così come di azzerare le differenze sociali. Le loro fughe, tuttavia, non conducono davvero altrove. Le giornate trascorse marinando la scuola, fumando marijuana e vagando tra i quartieri di Palermo restituiscono una condizione di inerzia, nella quale la trasgressione appare meno come un gesto di rottura e più come indolenza. La cannabis diventa così una boccata d’aria, una modalità per sottrarsi a un mondo soffocante, senza però riuscire a immaginare un’alternativa.

Genitori e insegnanti sono figure prevalentemente deputate alla sorveglianza, alla correzione, alla punizione, fino a produrre un’impossibilità di comunicazione. Lo esprime la madre di Giulio (Monica Bellucci), figura fragile e al tempo stesso assillante, incapace di comunicare con il figlio se non con urla e denigrazioni. Bellucci, peraltro, sembra aver completato la propria trasformazione in Stefania Sandrelli: da diva algida e irraggiungibile a una presenza domestica e borghese, immersa nelle nevrosi della famiglia italiana. Questa dinamica coercitiva non resta confinata al mondo adulto: anche tra gli adolescenti il film individua prevaricazione, gerarchie e aggressività; le stesse logiche di potere sono riprodotte all’interno del gruppo dei pari.
Tortorici restituisce così un’adolescenza sospesa tra la fisicità della strada e una progressiva derealizzazione dei rapporti. Il 2012 si colloca in una fase di passaggio, tanto storico quanto biografico: mentre i protagonisti attraversano una fase di trasformazione propria dell’adolescenza, una socialità ancora fortemente analogica comincia a essere attraversata dalle nuove forme di comunicazione digitale. Facebook, chat, giochi online e prime pratiche virtuali di autorappresentazione entrano nel quotidiano senza averne ancora modificato le coordinate. A scandire questo paesaggio emotivo è anche la musica: le hit pop di quell'anno risuonano dagli smartphone, dai motorini o dai locali, diventando la colonna sonora delle giornate e il sottofondo di una spensieratezza di facciata. Alla contemporaneità si sovrappone un’immagine della Sicilia come luogo di stratificazioni storiche. La musica araba, che apre e chiude il film, introduce una temporalità ulteriore rispetto a quella dei consumi e delle mode del 2012, richiamando le sedimentazioni culturali più antiche dell’isola.

In Ketticè, Tortorici osserva una giovinezza incapace di trovare una forma di appartenenza stabile, spostando però il fuoco dalla solitudine individuale di Diciannove alla relazione tra due ragazzi e ai mondi sociali che questa mette in contatto. Il film costruisce il proprio racconto intorno a fratture generazionali, sociali, linguistiche e culturali senza possibilità di ricomposizione in una soluzione conciliatoria. Rifiutando soluzioni narrative consolatorie, Tortorici filma con lucidità il vuoto di una generazione che cerca rifugio nella trasgressione per sfuggire a aspettative familiari e sociali oppressive.