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Presentato in concorso al 79° Festival di Locarno, “Rehmat” – con la regia dell’indiano Gurvinder Singh, coprodotta tra India e Francia – si impone fin dalle prime inquadrature come un'esperienza cinematografica densa e profondamente meditativa. Singh riafferma la propria fedeltà a un minimalismo radicale: una narrazione asciutta, sorretta da un'economia di mezzi e da un'incrollabile dignità dello sguardo.

Adattato dai racconti dell'autrice pakistana Ajeet Cour, l'intreccio si dirama in tre storie chein tre vicende che si sfiorano e si annodano lungo le medesime linee, quelle dell’apparizione e della scomparsa, del ritorno e della partenza, del timore e dell’accoglienza: una casa in lutto dove nutrire un fuggitivo ferito, presunto militante Sikh braccato dalla polizia, diventa resistenza contro la violenza istituzionale; la famiglia di un uomo scomparso da un anno, tenta di preservare una parvenza di normalità per i bambini, mentre dolore e desiderio di vendetta minacciano di incrinarla; e il ritorno al villaggio natale di Rashid Ali (un immenso Naseeruddin Shah), emigrato musulmano che porta con valigia di memorie pre-Partizione, dichiarandosi ironicamente "Dio in vacanza".

Quelle di “Rehmat” non sono ferite rare e isolate, ma le ultime visibili di un trauma stratificato: nel 1947 la Partizione decisa dall’Impero britannico divise il Punjab lungo il confine indo-pakistano, provocando una delle più vaste migrazioni forzate della storia; meno di quarant'anni dopo, la repressione delle istanze separatiste sikh trasformò la regione in un laboratorio di violenza di Stato. Sono queste due ferite sovrapposte a innervare silenziosamente ogni scelta narrativa del film.

Nei suoi lenti 157 minuti, il film esige una pazienza contemplativa, necessaria a lasciare che le tre storie facciano progressivamente affiorare le ferite storiche del Punjab contemporaneo, a ridosso del confine pakistano. Il titolo – termine condiviso da arabo, persiano, urdu e punjabi – trascende la traduzione di «compassione»: per Singh racchiude la circolazione millenaria di idee, fedi e migrazioni che ha plasmato il Punjab, terra di frontiera e perciò permeabile e di ospitalità, quando non accecata dalla rabbia. La stessa tensione attraversa la regia, che riconduce alla dimensione domestica e familiare le contraddizioni e le ferite di una regione segnata da conflitti religiosi che il tempo non ha mai del tutto ricomposto. Da un lato insiste su muri, cancelli, porte, finestrelle e feritoie ad occupare l’inquadratura facendosi confini entro cui i personaggi sono costretti a muoversi; dall’altro, la macchina da presa di Shashank Walia scivola morbida negli spazi angusti, assecondando da una parte l’inquietudine dei personaggi e dall’altra iil desiderio dei corpi di oltrepassare questi confini, di conoscere, di lasciarsi sorprendere, di intromettersi. Privo di qualsiasi commento musicale, il film affida la tensione emotiva ai soli rumori d'ambiente: il ritmo del mortaio in cucina, il brontolio dei tuoni, il picchiettio della pioggia, il fragore improvviso di un treno.

È nel continuo attraversamento di queste soglie che l’apertura all’altro diventa una forma di resistenza alla violenza della storia: un’opera che rifugge le scorciatoie del consenso facile e riconosce nell’ospitalità una delle forme più radicali dell’umano.

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