Primo lungometraggio dei brasiliani Matheus Farias ed Enock Carvalho, si colloca nel panorama della vivace cinematografia di Recife, da anni capace di intrecciare osservazione sociale e sperimentazione formale. Farias e Carvalho, già collaboratori di Kleber Mendonça Filho, si muovono in questa scia, muovendosi però verso una dimensione più apertamente sensoriale e ibrida, contemporanea.
La vita di Izaquiel (Caique Copque), addetto alle pulizie in una chiesa evangelica, è divisa tra la disciplina del giorno e la clandestinità della notte. Di giorno subisce la disciplina dogmatica e il controllo dei corpi, arrivando a rimuovere smalto e orecchini entrare a lavoro; di notte lungo le sponde del fiume e nelle mangrovie cerca invece incontri sessuali anonimi. L’incontro con Jeremias (Ítalo Martins), enigmatico pescatore che vive ai margini della comunità, introduce nella sua esperienza una possibilità ulteriore, insieme erotica e affettiva.

Il film incarna nella dicotomia che vive Izaquiel quella di un Brasile profondamente polarizzato, dove la religione contamina il potere politico e la retorica della morale convive con la violenza. La chiesa supera la sua funzione religiosa e si rivela luogo di controllo e proselitismo, attraversato da interessi politici e da un rapporto inquietante con la militarizzazione sempre più pervasiva. La presenza delle armi negli ambienti religiosi rende esplicita una contraddizione che il film lascia emergere senza mai formularla direttamente: la difesa di un ordine morale e la disponibilità alla violenza finiscono per parlare la stessa lingua del potere. La dimensione queer del racconto assume una precisa valenza politica. “A Margem do Rio” non costruisce il desiderio soltanto come elemento di trasgressione rispetto al dogma, ma come possibilità di sottrazione a un sistema che pretende di disciplinare i corpi e stabilire quali forme di vita siano legittime. Accanto a Izaquiel trovano spazio altre soggettività marginalizzate, in una dimensione comunitaria che contrappone alla promessa di una salvezza regolata e asettica della chiesa la materialità dei corpi, del desiderio e della relazione. L’eros è una forma di resistenza, non perché conduca a una liberazione definitiva, ma perché apre uno spazio sottratto alle categorie imposte dall’esterno.

La geografia di Recife traduce questa opposizione in termini visivi. Il tempio evangelico, con i suoi spazi ordinati e geometrici, si contrappone alla materia instabile del fiume e della mangrovia: acqua, fango, vegetazione e oscurità compongono un paesaggio che sfugge alla rigidità delle classificazioni; la foresta di mangrovie è uno spazio sottratto allo sguardo e al giudizio. Il paesaggio fluviale non è però un semplice rifugio: nelle sue acque vengono ritrovati anche dei cadaveri, ricordando come lo stesso spazio della libertà possa diventare luogo di violenza e sparizione. Questa ambivalenza impedisce una lettura semplicemente dicotomica del film. Né la chiesa coincide soltanto con la repressione né il fiume con una definitiva possibilità di liberazione. Gli spazi si contaminano, così come si sovrappongono desiderio, paura, fede e violenza. Il sofisticato lavoro sonoro e le composizioni di IDLIBRA contribuiscono a rendere questa materia fisica e inquieta, facendo del mangrovieto e dei rumori notturni elementi attivi nel racconto.
Il paesaggio si fa così superficie visibile delle fratture che attraversano la società. La Recife di Farias e Carvalho (ma anche quella di Mendonça Filho) è una città in cui la polarizzazione ideologica si inscrive nei corpi, nelle istituzioni e negli spazi, mentre le soggettività marginalizzate cercano possibilità di esistenza al di fuori dell’ordine dominante. “A Margem do Rio” evita la schematica contrapposizione tra dogma e liberazione. È in questa fluidità, più che nella costruzione di una tesi univoca, che il film individua la propria forma di resistenza.