Tre storie, sei maschere, un volto – “Un sacco bello”, l’esordio di Carlo Verdone

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Quando, intorno alla seconda metà degli anni Settanta, l’Italia vede il cambiamento degli assetti politici, sociali ed economici, la commedia all’italiana va incontro al suo tramonto. Il cinema di Mario Monicelli, Dino Risi ed Ettore Scola lascia sempre più spazio alle commedie sexy con Lino Banfi o Renzo Montagnani, che, nella loro volgarità, mettono in discussione la mascolinità e i ruoli di genere dei propri protagonisti. Nel frattempo, Paolo Villaggio, con il personaggio del ragioniere Ugo Fantozzi, impone un vero e proprio fenomeno transmediale – che tocca teatro, televisione, letteratura e cinema – proponendo un nuovo modello di umorismo, fondato sulla corporeità dello slapstick e sul lessico iperbolico. Nei cineclub nazionali e nei festival di Berlino e Cannes, Nanni Moretti cattura l’attenzione della critica, mentre dai cabaret e dai programmi televisivi emerge un variegato catalogo di giovani comici – tra cui Diego Abatantuono, Roberto Benigni, Francesco Nuti e Renato Pozzetto – che, in breve tempo, approda sul grande schermo.

In questo contesto, Carlo Verdone si afferma nella Capitale, distinguendosi per le proprie capacità camaleontiche e trasformiste. Negli spettacoli teatrali Tali e quali e Rimanga fra noi e, poco dopo, anche nella trasmissione Non stop, porta in scena personaggi macchiettistici e stereotipati, diversi tra loro, attraverso un mimetismo antropologico che individua – principalmente da incontri e conoscenze dirette – specifici tipi umani e ne esalta i tic e il look. Fin da subito, Verdone inizia ad essere notato dalle produzioni cinematografiche, che, sempre più frequentemente, gli propongono di recitare per il grande schermo. A rimanere affascinato dal suo talento è il regista Sergio Leone, che si offre di produrre un film per la Medusa e di fargli da mentore dietro la macchina da presa. Il 19 gennaio 1980 esce Un sacco bello, riproposto nelle sale in questi giorni (27, 28 e 29 aprile) in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata con la supervisione dello stesso Carlo Verdone.

Attraverso tre episodi – scritti sotto la guida della coppia di sceneggiatori Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi – costruiti secondo le unità aristoteliche (di tempo, di luogo e d’azione) e ambientati in un’assolata e deserta Roma, in prossimità di festeggiare il Ferragosto, Un sacco bello ripropone sei personaggi del repertorio che ha reso noto l’attore romano: lo spaccone e fregnacciaro Enzo, l’inerte e impacciato Leo – personaggio dai tratti chapliniani, archetipo ed emblema del cinema di Verdone – e il capellone e fricchettone Ruggero, accompagnato – oltre che da un esuberante Mario Brega – dal prete calabrese Don Alfio, il saccente e dispotico professore condòmino e il petulante e pignolo cugino Anselmo. Con quelle che, di fatto, sono delle maschere con caratteristiche, atteggiamenti e personalità ben evidenti, che idealmente guardano alla tradizione della commedia dell’arte teatrale, Verdone moltiplica corpo e volto, dando vita a un effettivo one man show basato sulla versatilità recitativa. L’esordio sembra rifarsi al lavoro fatto da Peter Sellers ne Il Dottor StranamoreOvvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, e similmente, nella cinematografia italiana, anche da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi in I mostri, ai quali si sono aggiunti Alberto Sordi e Ornella Muti nel successivo I nuovi mostri.

Verdone trasforma le buffe caricature in personificazioni di una Roma – ma più in generale di un’Italia – ferita e segnata dagli anni di piombo (viene citato l’attentato al Campidoglio del 1979 e nel finale i protagonisti sentono l’esplosione di una bomba), che tenta di approcciarsi al nuovo decennio con la speranza di ritrovare la normalità. Prima della svolta verso la tragicommedia con Io e mia sorella e Compagni di scuola, tratteggia un cinema malinconico – qui accentuato dalle musiche di Ennio Morricone e dal fischio di Alessandro Alessandroni – composto da maschi adulti disillusi e soli, bloccati in una gioventù frivola e piena di speranze, influenzata dalla contestazione e asfissiata dalle autoritarie f igure genitoriali. I protagonisti-maschere di Un sacco bello sono simili tra loro e vivono tutti delle vicende speculari, in cui un casuale evento disturbatore fa tardare la loro pianificazione iniziale per passare la festività estiva, ripresa da ognuno solo alla fine del film, quando, di fatto, escono di scena. Un sacco bello si priva così del tema vacanziero, trattato in diverse sfumature dal cinema nostrano nel corso degli anni – da La spiaggia di Alberto Lattuada fino a Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, passando (ovviamente) per Sapore di mare e Vacanze di Natale dei Vanzina. Ma, con il passare degli anni questa mancanza di Un sacco bello è stata colmata a livello metacinematografico: in occasione del quarantesimo anniversario, lo stesso Carlo Verdone ha viaggiato su un autobus Cotral degli anni Ottanta per andare a Ladispoli, la meta che il protagonista Leo deve raggiungere per stare con la madre. Inoltre, ogni 15 agosto, numerosi fan si incontrano in via Giovanni Conti, a Roma, presso il cosiddetto Palo della morte, dove, in una delle scene iniziali, Enzo incontra l’amico Sergio, interpretato da Renato Scarpa, per intraprendere un viaggio in auto alla Il sorpasso. Questo luogo si è così trasformato in una meta di pellegrinaggio – con tanto di targa dedicata al film – per citare le battute dei personaggi, o, per meglio dire, delle maschere, di quella che, all’epoca, era una novità della commedia italiana, ora cult movie simbolo di una città che non c’è più.